In collaborazione con la Fiera Internazionale del Libro

FIERA INTERNAZIONALE DEL LIBRO 2003: UN PRIMO BILANCIO

LE PRESENZE
Chiude con un bilancio tutto positivo la Fiera Internazionale del Libro di Torino 2003. Commentano la presidente della Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura Mercedes Bresso e il segretario generale Rolando Picchioni: “In un momento di crisi generale per il settore fieristico, la manifestazione torinese non ha subito alcun calo di interesse sia da parte del pubblico sia dei media, e anzi ha rafforzato i già straordinari risultati dello scorso anno”. Le cifre già lusinghiere del 2002 sono state superate. Nei primi quattro giorni della Fiera 2003, le presenze sono state 170.015 contro le 165.406 dei primi quattro giorni della scorsa edizione, con un incremento di 4.609 unità. Alle 16.30 di lunedì 19 maggio i visitatori totali della Fiera 2003 sono stati 193.781. La Fiera 2002 si è chiusa alle 23.00 con un totale di 198.685 presenze. In tutte le cinque giornate d’apertura, la Fiera 2003 ha fatto inoltre registrare un forte incremento fra i visitatori professionali (insegnanti, bibliotecari, librai, scrittori e traduttori, grafici e illustratori, editori non espositori, docenti e ricercatori universitari, agenti e rappresentanti, distributori). I visitatori professionali nei primi quattro giorni di Fiera 2003 sono stati complessivamente 24.185.

LA FIERA 2004: QUALCHE ANTICIPAZIONE
La prossima Fiera Internazionale del Libro sarà anticipata di una settimana: si terrà da giovedì 6 maggio a lunedì 10 maggio 2004. Paese ospite sarà la Grecia. Terminato l’anno di presidenza di turno di Mercedes Bresso, alla chiusura della Fiera 2003 il testimone della Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura passa al Sindaco di Torino Sergio Chiamparino, che la guiderà fino alla conclusione della Fiera 2004. “Visti gli incoraggianti risultati di quest’anno – spiegano Bresso e Picchioni – verranno ulteriormente potenziate le aree tematiche della Fiera, per sviluppare sempre di più l’idea dei saloni di settore e specialmente l’area rivolta al rapporto fra l’editoria e i media”.

LA SORPRESA CANADA
Così ha commentato a conclusione della manifestazione Peter Mc Keller, Ministro consigliere all’ambasciata a Roma del Canada, Paese ospite della Fiera 2003: “Fantastico, eccezionale è stato l’interesse che hanno suscitato la cultura e la letteratura canadese alla Fiera Internazionale del Libro”. Esauriti molti titoli alla libreria dello spazio canadese, che ha dovuto chiedere rinforzi al magazzino per poter soddisfare tutte le richieste. Gli autori canadesi più richiesti: Yann Martell con la sua Vita di Pi, Karen Levine con La valigia di Hanah e Calum il Rosso di Alistair MacLeod.

I NUMERI DEI CONVEGNI
Il programma della Fiera 2003 ha visto tenersi 386 convegni e incontri, che hanno coinvolto fra autori, esperti e moderatori ben 1.072 relatori: 143 convegni per 519 relatori sono stati ospitati nelle quattro sale della Fiera (Azzurra, Blu, Gialla e Rossa e Caffè Letterario); 177 convegni per 516 relatori nei due Spazi Autori e Spazio Giovani; 66 eventi per 37 relatori al Palalibro, più gli spettacoli teatrali e musicali. Sono oltre 70.000 i visitatori della Fiera che hanno assistito a convegni e incontri nelle sale e negli spazi autori. Un programma per quasi 700 ore di appuntamenti.

I “tutto esaurito”
Tanti i sold out agli eventi in programma alla Fiera 2003 Tutti esauriti gli spettacoli degli autori comici: la banda Zelig (Michelle Hunziker, Gino & Michele…), Claudio Bisio, Anna Maria “Sconsolata” Barbera, Paolo Rossi, Luciana Littizzetto, sempre oltre le 500 persone di capienza della Sala Gialla. E pienone anche ai dibattiti sui problemi della giustizia e dell’informazione con Michele Santoro, Lucia Annunziata e Marco Travaglio e la lectio magistralis sul Colore nell’arte di Vittorio Sgarbi. Ricordiamo la capienza delle sale: Blu 250 spettatori; Rossa 320; Azzurra 330; Gialla 500; Caffè Letterario 120; Autori A 70; Autori B 70, Palalibro 200.

I BEST SELLER
Il mercato delle vendite ha fatto segnalare da parte di quasi tutti gli editori una partenza lenta nella giornata di giovedì e un recupero con crescita costante nei giorni successivi. Il volume di vendite si attesta all’incirca sull’ordine di grandezza della Fiera 2002. Fra le 1.000 e le 5.000 copie vendute negli stand dei grandi editori. Da Einaudi, il più gettonato, grazie anche alla presenza dell’autore in Fiera accanto ad Alessandro Baricco, è stato Niccolò Ammaniti di Io non ho paura. Di seguito Antonio Pascale, candidato al Premio Strega. Soddisfazione da Mondadori per il boom dei libri degli autori comici di Zelig. Molto bene anche la Luciana Littizzetto de La principessa sul pisello e il sindaco di Torino Sergio Chiamparino con La città che parla. Da Rizzoli il più venduto è stato Il signor Fiat di Enzo Biagi, insieme a Il disco del mondo di Walter Veltroni, al nuovo Sandro Baricco, Cityreading project e Alain Elkann, Una lunga estate. Da Sellerio tiene saldamente il comando Andrea Camilleri con il suo ultimo libro, Il giro di boa. Da Feltrinelli richiestissimo Erri de Luca con Il contrario di uno, e bene Isabel Allende con Il mio paese inventato. Da Marsilio trionfa Massimo Fini, La ragione aveva torto. Da Laterza Berlusconi e gli anticorpi di Paolo Sylos Labini. Da Garzanti L’ultima ceretta di Anna Berra. Allo Spazio Ragazzi il libro più richiesto è stato Gli invisibili e il castello di Doom Rock, di Giovanni Del Ponte, seguito da altri due titoli dello stesso autore. Domina naturalmente tutti i piani della classifica il mondo topesco di Geronimo Stilton.

I PICCOLI EDITORI
Degli oltre 100 nuovi editori in arrivo alla Fiera 2003 sui 1.190 totali, la stragrande maggioranza sono piccoli editori al loro debutto alla kermesse torinese. Molto contenti LiberiLibri e Sylvestre Bonnard: un avvio lento il primo giorno, pienamente recuperato nei giorni successivi. Andrea Gessner di Nottetempo di Roma: “Un’esperienza positiva per gli incontri e gli scambi per editori. Ma i lettori spesso sono più attratti dall’impatto mediatico degli stand dei grandi editori piuttosto che incuriositi dalla produzione dei piccoli”. Patrizia Traverso di Tormena di Genova: “Un inatteso momento di comunicazione: ci aspettavamo il pubblico dei librai e abbiamo incontrato l’abbraccio del grande pubblico”. Blue Planet di Roma: “Siamo soddisfatti per aver scelto di venire, anche se va fatta crescere l’attenzione dei lettori per i piccoli editori”. Il commento unanime: “Un risultato superiore alle aspettative, ritorneremo sicuramente il prossimo anno”.

INTERNATIONAL BOOK FORUM
Al suo secondo anno di vita, l’International Book Forum si è confermato come una delle sezioni più vitali della Fiera Internazionale del Libro. Lo spazio business to business del Padiglione 1 per la contrattazione dei diritti editoriali ha realizzato durante la Fiera circa 720 incontri. Ad essi hanno partecipato più di 80 editori da tutta Europa (Portogallo, Spagna, Gran Bretagna, Francia, Germania e i sette Paesi dell’Est ospiti di quest’anno: Albania, Bulgaria, Croazia, Romania, Serbia, Repubblica Slovacca e Ungheria…) e sette importanti editori del Paese ospite, il Canada: Second Story Press, McClelland Stewart, Raincoast, Editions du Boréal, University of Alberta Press, House of Anansi e Guy St-Jean Éditeur. A trattare con loro, 82 editori italiani piccoli, medi e grandi. Il programma di incontri dell’International Book Forum è stato realizzato grazie al contributo economico dell’Ice, l’Istituto per il Commercio Estero, che ha messo a disposizione i propri uffici nel mondo per i contatti e si è fatto carico dei voli aerei degli editori stranieri. La peculiarità che rende interessante per gli editori l’area b to b della Fiera di Torino è sottolineata da Henrique Mota della casa portoghese Principia: «Alla Fiera di Torino si fanno molte trattative, poi si torna a casa propria, si riflette e si conclude. Ma rispetto a Francoforte, Torino ha un grosso vantaggio. Là i piccoli editori di fatto possono solo acquistare dalle grosse case. Qui abbiamo anche la possibilità di vendere loro i nostri diritti. E poi a Francoforte si decide tutto prima e si arriva in Fiera con i giochi già fatti solo per mettere la firma. A Torino invece si costruiscono davvero i rapporti e si gettano le basi per gli affari». E Elisabeth Beyer di Actes Sud di Arles: “Alla Fiera non ho incontrato solamente gli editori più noti ma ho anche scoperto nuove case editrici”.

I LIBRI RUBATI
La solita soglia fisiologica di tutti gli anni nei furti di libri dagli stand: circa il 4% va dagli scaffali alle borse senza passare per la cassa. Vero record di topi da libreria da Rizzoli: i responsabili parlano di quasi un 20% di libri rubati. Autore più rubato: Luciana Littizzetto.

Il SITO INTERNET DELLA FIERA
Anche il sito internet della Fiera www.fieralibro.it ha battuto ogni record: dal 1° al 18 maggio 2003 ha fatto registrare 307.248 pagine sfogliate contro le 65.566 dello stesso periodo del 2002.

365 GIORNI IN FIERA
Sono 300 i libri venduti mediante l’e-commerce in Fiera allo spazio 365 Giorni in Fiera. Molta la curiosità dei visitatori per lo stand di 365 Giorni in Fiera. Tra le spiegazioni del fenomeno il fatto che i supporti tecnologici hanno raggiunto buoni livelli di fruibilità e non hanno intimorito i lettori affezionati al libro tradizionale. A disposizione dei visitatori c’erano le penne ottiche, le nuove tipologie di tastiera e i simulatori vocali per la lettura ad alta voce. Le vetrine on line aperte dagli editori sul sito di 365 Giorni in Fiera sono 70 e altre 50 sono in allestimento. Anche gli editori sono rimasti colpiti dall’interesse suscitato da questo nuovo strumento e altri 50 che non lo conoscevano ripartono da Torino con l’intenzione di aprire una vetrina per la loro casa editrice.

LA FIERA A TAVOLA

Come sempre, sono impressionanti i numeri sfornati dalla macchina per sfamare i visitatori della Fiera Internazionale del Libro. 11.000 hot dog e 30.000 panini serviti nei 5 bar del Lingotto Fiere, 15.000 i pasti serviti nei ristoranti. Sono 40.000 le bibite prosciugate e 14.000 i tranci di pizza divorati. Per mandare giù il tutto, ci sono voluti 40.000 caffè.

   

Le notizie di Lunedì 19 maggio 2003

MARIO RIGONI STERN, TRA MEMORIA E NATURA

E’ stato emozionante farsi guidare da un grande esperto come Mario Rigoni Stern, quest’estate, alla scoperta dei boschi dell’altopiano di Asiago” : così Eraldo Affinati, che sta curando l’edizione completa delle sue opere per Mondadori, ha introdotto l’autore di “Il sergente nella neve”. La conversazione con Rigoni Stern è partita dal suo libro “L’ultima partita a carte”, uscito di recente da Einaudi, con cui l’autore ha affermato di volersi rivolgere “ai ragazzi e ai giovani che non sanno cosa è successo davvero nel Novecento, e in particolare durante la Seconda Guerra Mondiale”.
La partita a carte del titolo è stata giocata il 25 luglio 1942, “la sera prima della mia partenza per la Russia”, in un’osteria poco lontana dal Lingotto, “dove tutte le sere andavo a bere un bicchiere con i miei compagni della caserma e con un mio zio che si era trasferito a Torino e lavorava alla Fiat. Ci avevano fatto credere che sarebbe stata un passeggiata e che saremmo tornati presto, ma mio zio mi guardò e mi disse: ti auguro solo di tornare. Io sono tornato, ma la maggior parte di quelli che partirono con me non ha avuto la stessa fortuna”. Il libro però non tratta della disastrosa campagna di Russia, raccontata nel celebre “Il sergente nella neve”, bensì dei fatti successivi all’armistizio dell’8 settembre 2003, quando Rigoni Stern fu imprigionato dai tedeschi e costretto, con molti altri prigionieri italiani e russi, a lavorare alla costruzione di una ferrovia tra la Polonia e la Lituania: “in quei durissimi mesi, l’unica speranza mi veniva dalla natura, che nonostante tutto continuava come sempre a rinascere”.
Tornato a casa, Rigoni Stern ha vissuto un dramma analogo a quello raccontato da Primo Levi in “La tregua”: “Nessuno voleva credere alle cose terribili che avevo vissuto, nemmeno i miei genitori e i miei fratelli: finita la guerra, tutti avevano voglia di dimenticare, di divertirsi. Io non ce la facevo: solo dopo molti mesi, camminando nella quiete dei miei boschi, ho ritrovato poco a poco la gioia di vivere ”. Interrotto più volte dagli applausi del numeroso pubblico presente, tra cui anche molti ragazzi, lo scrittore si è schermito (“non applaudite, prendete le mie parole come i ricordi di un vecchio”), con l’unico risultato di essere applaudito ancora di più. “Ho scritto questo libro perché i ragazzi imparino a dire no” ha concluso, “a non cedere alle menzogne e alle lusinghe… io mi sono arruolato a diciassette anni perché a scuola mi avevano insegnato solo a credere, obbedire e combattere: l’esperienza della guerra mi ha insegnato che invece a volte bisogna avere il coraggio di disobbedire”.
Dopo questi dolorosi ricordi, lo scrittore si è illuminato quando Affinati lo ha invitato a parlare del suo rapporto con la natura, e con il bosco in particolare: “Il bosco è un organismo vivo, i suoi colori mutano continuamente con il cambiare delle stagioni… camminando in mezzo agli alberi ci si rende conto della forza della natura: bisogna però averne cura”. E parlando della vita in città ha aggiunto: “Le città sono fondamentali, qui si produce, si diffonde la cultura… questa fiera, ad esempio, è meravigliosa: mi ha fatto sentire come quando da piccolo guardavo le vetrine delle pasticcerie, avrei voluto comprare tutto… tutto questo però ha un costo: l’inquinamento, lo stress… ma vi rendete conto di come vivete male?!” Rigoni Stern però ha concluso stemperando il suo pessimismo: “Sicuramente è il caso di fare un passo indietro… però sono fiducioso, l’ambiente e gli animali riescono ad adattarsi ai cambiamenti, e l’uomo è il più adattabile di tutti gli animali”.


Sala Gialla, lunedì 19 maggio 2003
   

TV BELLA O BRUTTA? LUCIA ANNUNZIATA: “C’E’ SOLO LA TV FATTA BENE O MALE”

Sembra strano, ma nella Rai di Bernabei che non aveva concorrenti sembrava esserci più pluralismo di oggi, bisogna, quindi, chiederci perché” getta subito il sasso nello stagno Marcello Sorgi, direttore de La Stampa, commentando il libro intervista di Gabriele La Porta ad Ettore Bernabei, intitolato Tv qualità. Terra promessa. La presentazione del libro è stata l’occasione per parlare del passato, del presente e del futuro della televisione pubblica in una Sala Blu gremita di pubblico.
Prima del convegno, i presidenti della Regione Piemonte Enzo Ghigo, della Provincia di Torino Mercedes Bresso e il sindaco di Torino Sergio Chiamparino hanno incontrato la presidente Rai in un fuori programma a margine dei lavori del World Political Forum nelle sale di Lingotto Congressi. Oggetto, il futuro della Sede Rai di Torino, per il quale è stato costituito un apposito gruppo di lavoro. Nell’incontro, Annunziata ha assicurato che il problema verrà affrontato il prossimo 30 maggio in una riunione con i vertici piemontesi a Roma, anche se – ha ribadito - “il direttore e il consiglio d’amministrazione hanno soltanto poteri generali d’indirizzo e non possono entrare nel merito della programmazione, che è prerogativa della direzione aziendale”.
Poi l’incontro in Sala Blu. Lucia Annunziata sul palco accanto a Sorgi, La Porta e al mitico direttore generale della Rai anni ’60 e ’70. Il presidente si prepara a rispondere alla provocazione di Sorgi, ed ecco il piccolo “giallo” che sconvolge la sala: il microfono si spegne. Brusio in sala dove gira qualche battuta del tipo: “Tutta colpa dei comunisti”. A rassicurare ci prova Gabriele La Porta: “La televisione è immagine, quindi, a che servono le parole?”. Per fortuna la situazione si ristabilisce ed ecco Annunziata prendere il microfono: “Sono d’accordo con Sorgi, oggi sembra esserci meno pluralismo di una volta, ma la colpa non è tutta del conflitto di interessi che pure ha le sue forti responsabilità”. Dito puntato, quindi, sul rapporto della politica, tutta la politica, di destra e di sinistra, con la televisione: “Ai tempi di Bernabei la politica si interessava di comunicazione, ma ha sempre tenuto le giuste distanze, senza interferire più di tanto.” Altri tempi, altra classe politica con un diverso senso dello Stato e delle istituzioni? Su questo punto il presidente Rai è lapidaria: “Io non parlo di politica, faccio televisione, posso solo dire che alcuni atteggiamenti della Casa della Libertà si ritrovavano anche ai tempi dell’Ulivo al governo.” Via, quindi, le ali protettive della politica sulla televisione, ammonisce Lucia Annunziata: “Non esiste la bella o la brutta televisione, esiste la televisione fatta bene o fatta male; un impegno, una sfida che si rinnova ogni giorno. Servono le regole, ma ogni giornalistasia che si chiami Socci o Santoro – ha il diritto di sbagliare”. Lo sguardo torna alla Rai di Bernabei: “Una televisione che ha formato le coscienze degli italiani, che non era per niente grigia e uniforme”, come ha sottolineato La Porta. La parola passa allo stesso Bernabei: “Anch’io ho avuto le mie pressioni e gli inviti ad andarmene, senza pensare agli incidenti diplomatici con la Santa Sede per qualche ballerina scollacciata”. Il vecchio direttore ha incoraggiato ad andare avanti: “Oggi in Rai ci sono giornalisti più qualificati che in passato, pensate agli inviati nella guerra in Iraq”. Una televisione più professionale per un pubblico molto cambiato: “Più di dodici milioni hanno assistito alla lettura di Benigni del XXXIII canto del Paradiso, senza pensare al successo di fiction come ‘Perlasca’ o ‘Giovanni XXIII’”.
Certo – ha proseguito Bernabei i programmi potrebbero durare di meno e così alcune trasmissioni potrebbero essere seguite in orari meno notturni”. Una richiesta rimandata cortesemente al mittente da Annunziata:Oggi più di tre milioni seguono la televisione di notte e trecentomila sono i bambini. I tempi del lavoro e della famiglia sono cambiati e, quindi, anche quelli della tv”. Niente da fare, la tv di Rin tin tin e Canzonissima è proprio un ricordo.


Sala Blu, lunedì 19 maggio 2003, ore 12.00
   

COSI’ PARLO’ ENRICO BRIZZI. UN DECALOGO PER LA VITA E LA SCRITTURA

Il popolo giovane si è stretto attorno a Enrico Brizzi, l’autore di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” che torna in edicola con “Razorama”, primo libro pubblicato da Mondadori. Tutti giovani i presenti, tutti tesi a raccogliere l’insegnamento del “maestro”, quasi che la sala azzurra fosse il banchetto di Canaan. E non poteva esserci pubblico migliore.
Lo si capisce alla prima battuta dell’autore su Silvio Berlusconi: “Sono uno scrittore. Non sono mica un piazzista o un politico. Oppure le due cose insieme”. Nessun applauso, nessun boato di consenso. La politica qua non c’entra. Qui si cerca la via giusta per il cammino che attende tutta una generazione. Il libro prima di tutto: “E’ il frutto di due viaggi in Madagascar – spiega BrizziNon ho badato tanto ai lemuri o alle farfalle. Mi ha colpito il modo di essere della sua gente e di sentirsi un tutto con gli altri e la natura che li circonda. Ho trovato una fede nell’esistente, una fedeltà al mondo che in occidente non c’è. Da ragazzi mastichiamo insoddisfazione e cinismo. E’ questo che apre le porte al peggio. Certo pensiero ha voluto dividere ciò che in natura è un unità e questo ci ha fatto imboccare un’autostrada per l’inferno”.
Che fare? “Sono tre le cose in cui credere: Fides, fede, Fidelitas, fratellanza verso la nostra gente, e Fortitudo, forza. E’ finito il tempo delle pose, il tempo del guardarsi da fuori”. La scrittura non è esclusa: “Scrivere vuol dire ringraziare il cielo. Deve essere un baluardo contro questo modo distorto d’intendere la nostra esistenza. Mi dispiace per l’infelicità di tanti scrittori, magari bravi, come Paul Auster. Anche un libro è un tutto. Diffidate da quelli che nascono come un progetto. Lo scrittore riceve la visita di una storia degna di essere raccontata”.
E poi ancora: “C’è un modo di scrivere per il meglio, per il bene. Vuol dire scrivere cose autentiche, cose che si sono sperimentate. Il resto è solo girare su stessi”. Brizzi non si ferma: “Bisogna guardarsi dalle scorciatoie, quelle del cinema ad esempio. Dobbiamo essere fieri e sentirci in prima linea. Anche se vuol dire essere soli. Io sono ottimista perché capito questo non si può più sbagliare. Resta la fatica della salita”. Il popolo giovane applaude e fa la fila per l’autografo.


Sala Azzurra, lunedì 19 maggio 2003, ore 11.00
   

I Colori raccontano “La Fiera promossa dai ragazzi”
Questo comunicato è stato scritto dai ragazzi dell’Ufficio Stampa Junior della Fiera

Si chiude la tavolozza di colori alla Fiera del Libro di Torino Parole, numeri, dati dell’edizione 2003

Si è conclusa la Fiera Internazionale del Libro di Torino con un bilancio nell’insieme molto positivo. Alcune domande sull’esito della fiera a Ernesto Ferrero, direttore editoriale:
- Le è piaciuta questa fiera?
La fiera quest’anno l’ho trovata molto bella, colorata, i visitatori sono stati molto attenti, è stato un bellissimo pubblico”.
- E lo Spazio Ragazzi?
E’ il fiore all’occhiello della fiera che la rende unica al mondo”.
- Ci sono stati più visitatori quest’anno o l’anno scorso?
Credo proprio quest’anno”.
- E’ la prima volta che fa il direttore editoriale per la Fiera del libro?
No, questo è il quinto anno consecutivo, ogni anno mi stanco sempre di più, ma sono sempre più felice”.
- Come si organizza una fiera?
Una fiera è fatta di tante cose, bisogna tenere i contatti con gli editori, decidere quanto grande vogliono lo stand, dove vogliono metterlo. Questa è la parte visiva, per la parte degli incontri mi costruisco una griglia di incontri”.
- Con quale criterio si scelgono gli ospiti della fiera ?
Cerco di invitare i personaggi più amati dai lettori”.
- Come fa a riconoscere un bel libro?
Ci sono molti sistemi, il primo campanello d’allarme è non riuscire a staccarsi dal libro, il secondo è quando si cambia il modo di vedere il mondo”.
- Qual è il suo genere letterario preferito?
Mi piacciono i romanzi storici, ne ho scritti due. Il più famoso è ‘N.’, uscito nel 2000, vincitore del Premio Strega”.
- Per chi preferisce scrivere, adulti o ragazzi?
Non faccio differenze tra adulti e ragazzi, d'altronde ‘I viaggi di Gulliver’ è stato scritto per adulti ma letto da bambini, ‘Harry Potter’, scritto per bambini e letto da adulti”.
- Sta scrivendo qualche libro?
Da sei mesi a questa parte ho interrotto la scrittura di un libro che racconta la vita quotidiana nella casa editrice Einaudi di anni fa”.

Gli editori in fiera
Soddisfatti anche i rappresentanti delle case editrici che con i loro libri hanno allestito per 5 giorni il Lingotto di Torino. Il giorno che ha registrato più affluenza è stato sabato 17 maggio.

Dati e Numeri  
Feltrinelli 49.000 Euro l’incasso totale
Libro più venduto: ‘Il mio paese inventato’ di Isabel Allende
Garzanti
Libro più venduto: ‘L’ultima Ceretta’ di Anna Berra
Giunti 3.000 libri venduti
Libro più venduto: ‘Art dossier’
Einaudi Libro più venduto: ‘Io non ho paura’ di Niccolò Ammaniti
Laterza Libro più venduto: ‘Berlusconi e gli anticorpi’ di Paolo Sylos Labini
2000 libri venduti
De Agostini Libro più venduto: ‘Atlante geografico’
Mondadori Libro più venduto: ‘Io uccido’ di Giorgio Faletti
Fazi Libro più venduto: ‘La fine di Harold’ di J.T. Leroy
1000 libri venduti
Rizzoli Libro più venduto: ‘La lunga estate’ di Alain Elkann
5000 libri venduti

Lo Spazio Ragazzi
Particolare successo ha riscosso quest’anno lo Spazio dedicato ai ragazzi. Anna Parola e Maria e Giulia Brizo, le responsabili e in parte le ideatrici di tutte le iniziative promosse dalla fiera, ci hanno raccontato la loro esperienza. “Ci riteniamo molto soddisfatte – interviene Anna - per aver creato una sinergie di forze unite nella promozione della lettura. Quest’anno inoltre abbiamo ricevuto Il Premio per la letteratura Andersen di cui andiamo molto fiere”.
Adotta uno scrittore è stato uno dei progetti organizzati dal settore scuola. Nel corso dell’anno scolastico alcuni scrittori sono andati a trovare gli studenti di un Istituto superiore del Piemonte. I ragazzi hanno letto le loro opere e gli autori si sono messi nei panni degli insegnanti. Hanno partecipato: Alessandro Barbero, Giorgio Calcagno, Giuseppe Culicchia, Bruno Gambarotta, Paola Mastrocola, Younis Tawfik e Dario Voltolini. Alcune domande agli scrittori adottati:
Per Alessandro Berbero:
- Questa esperienza le ha cambiato il modo di vedere i giovani di oggi?
Ti dirò, è stata un’esperienza bellissima che rifarei di sicuro, ho accentuato il mio parere positivo sui giovani, sulla loro forza, sulle loro idee”.
Per Paola Mastrocola:
- Preferisce fare più l’insegnante o la scrittrice?
Ho vissuto in questa esperienza il dramma dello sdoppiamento di personalità in quanto sono sia scrittrice che insegnante, per una volta ho potuto insegnare qualcosa senza poi dare voti, ora credo che farò meno l’insegnante con loro e un po’ più amica”.


Dalla Fiera, lunedì 19 maggio 2003
   

LE PRESENZE DI DOMENICA 18 MAGGIO 2003

Crescono ancora i visitatori nel quarto giorno della Fiera 2003. Dalle 10.00 alle 23.00 di domenica 18 maggio 2003 i visitatori della Fiera Internazionale del Libro sono stati 53.831, contro i 53.043 del quarto giorno della Fiera 2002, sempre di domenica. Una crescita di 788 unità. Sommati a quelli dei tre giorni precedenti, i visitatori totali dei primi quattro giorni della Fiera 2003 ammontano dunque a 170.015 contro i 165.406 dei primi quattro giorni della scorsa edizione, per un incremento di 4.609 presenze. Anche nella giornata di domenica la Fiera 2003 ha fatto registrare un forte incremento fra i visitatori professionali: domenica 18 maggio 2003 sono stati 6.327, contro i 3.503 di domenica 19 maggio 2002. I visitatori professionali nei primi quattro giorni di Fiera 2003 sono stati complessivamente 24.185.


Dalla Fiera, lunedì 19 maggio 2003
   

Le notizie di Domenica 18 maggio 2003

FRANCOFONI, TECNOLOGICI, RAZIONALI: ALTRI CANADESI ALLA FIERA DEL LIBRO

Continuano alla Fiera Internazionale del Libro gli incontri dedicati al Canada. Al Caffè Letterario, Giovanna Zucconi ha presentato domenica l’incontro tra Carole Fioramore-David, unica autrice francofona tra gli ospiti canadesi della Fiera, e la scrittrice e sceneggiatrice Francesca Marciano, secondo la consueta formula dell’accostamento tra un autore canadese e uno italiano in base ai parallelismi fra le rispettive opere. In questo caso, c’è anche un “parallelismo inverso” tra le biografie delle due scrittrici: come rivela il doppio cognome, la madre di Carole Fioramore-David è infatti figlia di emigrati italiani, mentre Francesca Marciano ha vissuto molti anni a New York. “Mi sento italiana, anche se lo sono solo per parte di madre - ha detto David - e pubblicare il mio libro in Italia è stata per me una grande emozione, oltre che una sorta di riscatto verso i miei nonni che hanno vissuto le difficoltà dell’immigrazione”.
Impala
uscito in Canada nel 1994 e da poco pubblicato in Italia (“l’impala”, ha spiegato Carole David, “è un animale selvaggio simile all’antilope, e allude al carattere ribelle della madre della protagonista, ma è anche il nome di una macchina americana, simbolo del riscatto sociale degli immigrati italiani di seconda generazione”) e Casa Rossa di Marciano (in cui i la storia privata di una famiglia si intreccia con la storia dell’Italia degli ultimi cinquant’anni, attraverso tre generazioni di donne) ruotano infatti entrambi intorno tema di una memoria familiare dolorosa ripercorsa a ritroso dalla protagonista. Come ha sottolineato Giovanna Zucconi, “c’è una sorta di passaggio del testimone della tragedia, che avviene per via femminile, di madre in figlia”. Un altro elemento comune tra le due storie è il dramma di chi ha una persona cara rinchiusa in carcere (la sorella della protagonista di Casa Rossa, ex terrorista negli anni di piombo, e la madre della protagonista di “Impala”), anche se per David “il carcere è essenzialmente una metafora per parlare di isolamento e incomunicabilità”. Giovanna Zucconi ha interrogato le due autrici anche sui rapporti tra Canada e Stati Uniti: per David, che negli anni Settanta ha militato per l’adozione del francese come lingua ufficiale del Québec, il problema di differenziarsi dalla cultura statunitense è più forte per i canadesi anglofoni: “la lingua ha consentito al Quebec di mantenere una forte identità culturale, anche in campo letterario”. Per Marciano, che ha lavorato come sceneggiatrice cinematografica a Toronto, la caratteristica più forte che differenzia il Canada dagli Stati Uniti è “la totale mancanza di ossessioni per la formalità, che porta a una società più fiduciosa e meno violenta di quella statunitense, come ha mostrato anche Michael Moore nel documentario ‘Bowling a Colombine”.
Nel secondo incontro canadese della giornata il filosofo e studioso di estetica Stefano Zecchi ha discusso con John Ralston Saul del suo saggio filosofico I bastardi di Voltaire (l’unico volume tradotto in italiano della Trilogie Field). Ralston Saul, che nel corso del suo intervento ha disinvoltamente alternato inglese e francese, ha criticato le rigide suddivisioni disciplinari tipiche del pensiero occidentale, quella che chiama “la dittatura della ragione, un’eredità che risale alla Grecia Classica: tutte le ideologie hanno la pretesa di essere razionali, in realtà sono la negazione stessa della ragione, in nome della quale spesso si sacrifica l’etica: agire eticamente ed agire razionalmente sembrano due dimensioni inconciliabili… l’etica è per gli eroi”. Il progresso, secondo Ralston Saul, ha portato ad una eccessiva specializzazione: “Oggi c’è una forte discrepanza tra la conoscenza diffusa nella nostra società e la reale comprensione di questa conoscenza”.
Derrick De Kerckhove, studioso dei media e di nuove tecnologie ed erede intellettuale di Marshall Mc Luhan – l’inventore del fortunato concetto-immagine di “villaggio globale” - ha ribadito il suo ottimismo tecnologico: “Quando siamo in rete abbiamo il mondo in mano. Internet è la più democratica delle tecnologie, e questo processo è destinato ad ampliarsi grazie alle innovazioni: se non tutti possiedono un computer, quasi tutti possiedono un cellulare, e presto sarà possibile utilizzarlo per collegarsi alla rete”. Alle obiezioni di Giorgio De Rienzo sulla caoticità e la dispersività di Internet, De Kerckhove ha risposto che è meglio il caos del rischio, del resto già esistente, di un “fascismo elettronico” quale costituirebbe l’esistenza di un organismo incaricato di “mettere ordine” nella rete. Le nuove tecnologie comunque non faranno scomparire le vecchie: “la televisione” secondo De Kerckhovecontinuerà ad essere l’unico vero medium di massa (che non significa democratico), così come continuerà ad esistere il libro, perché è l’unico medium che consente il controllo totale sulla parola scritta, sia da parte dell’autore che da parte del lettore”.
L’opera di Alistair McLeod, l’ultimo degli autori canadesi della giornata, è invece profondamente legata alla sua terra d’origine, la Nova Scotia (sulla costa orientale del Canada), colonia fondata alla fine del Settecento da immigrati scozzesi, da cui lui stesso discende, e che McLeod nei suoi romanzi “trasforma in un luogo mitico paragonabile alla Macondo di Garcìa Marquez e ai desolati paesaggi assolati di Faulkner”, ha detto Dario Voltolini nel presentare lo scrittore. A proposito del suo racconto Visione, di cui Fabrizio Odetto ha letto alcuni brani, McLeod ha affermato: “parla di persone cieche da uno o da entrambi gli occhi, di persone che vedono il futuro, di visionari” e, in definitiva “di persone che hanno le cose davanti agli occhi ma sono troppo stupide per capire cosa vedono”.


Dalla Fiera, domenica 18 maggio 2003
   

ROSSO TIZIANO: VITTORIO SGARBI INSEGNA IL COLORE

"Chiedere al critico di parlare del colore nell'arte significa ridurlo al silenzio. La pittura è colore e altro non c'è da dire. Nella ricerca di un pertugio (e affrontare il tema che la Fiera del Libro ha affidato a Vittorio Sgarbi per la lectio magistralis Il colore nell'arte tenuta domenica 19) si può dire che il colore ha una patria, un luogo, una identità: Venezia".
Se l'opera di Piero della Francesca è - secondo la definizione di Roberto Longhi - sintesi prospettica di forma e colore, la più mirabile compenetrazione tra i due mondi raggiunta a quel momento; se la pittura toscana poggia sulla terra e sulla equivalenza 'disegno è confine per il colore' e dunque 'colore è ciò che riempie il disegno', la Venezia del '500 è sensualità, oriente, indeterminazione della forma, civiltà del colore che trova la espressione massima nell'impulso primario di Tiziano: "Tiziano – spiega Sgarbi - libera il colore dal disegno, dipinge con le mani con un ardimento tale da anticipare tutto ciò che è venuto poi… " La voce del critico si affievolisce - la causa è un mal di gola - via via che le parole diventano sempre più forti per descrivere l’arte del Tiziano rivoluzionario. Il rivoluzionario del '500, secondo la tesi - più volte esposta da Sgarbi - che vuole entro il primo decennio di ogni secolo la comparsa di un artista che traccerà la via dei cento anni seguenti, quello che "ripropone la visione del mondo": "Una tale forza può venire solo da un uomo che sta morendo, la tela si trasforma in una sindone, una deflagrazione di colore, sangue che scorre, un fiotto di sangue senza fine…". Fiammeggia tra il pubblico quel rosso, è lì, irradia calore. Quel rosso nato da una "condizione propizia", come viene definita dal critico Venezia, una terra senza terra, caratterizzata dalla asimmetria, dall'acqua, dalle nebbie. L'opposto della razionale terra toscana, patria del disegno, accostata alla ragione, opposta al colore, che è l'anima. "Tiziano scatena il colore da ogni confine del disegno, il colore è protagonista assoluto, scavalca, travolge, brucia la forma. La sua pittura ci coinvolge fino a portarci all'inferno. Non c’è pittore che rappresenti meglio il Giudizio Universale di Tiziano, che non l’ha dipinto. Tiziano tenta di vincere la morte scendendo all'inferno, impastandosi nel colore fino a trasmettere tutta la sensibilità, fino a costruire la forma con le mani".
E' Van Gogh, scondo Sgarbi, il 'continuatore' di Tiziano: "Van Gogh è tutto e soltanto colore, un San Bartolomeo scuoiato, ciò che si toglie di dosso diventa tela". Scaricare tutta l'energia del colore sulla tela: questo il passo che compie la pittura del '900, tenderla al massimo, quella tela. Dopo di che la sola cosa fattibile è tagliarla, come a dire: non posso far di più, posso solo tagliare. Accade con Mario Schifano ed è quella la fine della pittura, almeno di quella su tela. La chiusa è dedicata a Lorenzo Lotto che nella Venezia di Tiziano, il più grande, fu destinato a muoversi ai margini: "Nel parlare di Tiziano e di quell'epoca voglio ricordare Lotto, che colse una parte a Tiziano preclusa. La parte dell'umanità emarginata, cui l'urgenza del colore è subordinata. Lotto dipinge il tormento, l'insuccesso, l'insoddisfazione, l'inquietudine. Così trova una via di fuga in una struttura grafica che Tiziano rifugge".


Sala Gialla, domenica 18 maggio 2003, ore 18.30
   

LA VIOLENZA DELL'AMERICA RINNOVA LE IDEE, GIANNI RIOTTA NE E' CONVINTO

Riflettori puntati sull’America anche alla Fiera del Libro di Torino grazie a Gianni Riotta, editorialista del Corriere della Sera che vive a New York . Gianni Riotta, davanti a più di cinquecento persone, esamina la parola violenza, la trasformazione degli Stati Uniti dopo l’11 settembre e poi parla della sua paura verso questo “Gigante” paese. In un susseguirsi di aneddoti, punta il dito verso l’antiamericanismo affermando che negli ultimi anni, è diventato un’ideologia. “Associamo spesso la parola violenza all’America – esordisce Gianni Riotta - è vero, questo paese è violento. Considera la guerra uno strumento di politica internazionale. La violenza, tiene il paese sotto tiro ma, in maniera energica, svolge una funzione di rinnovamento delle idee”. Dito puntato sulla Destra Repubblicana. “E’ una vera minaccia –continua Riottadiffonde l’odio tra la popolazione, vuole dichiarare la lingua inglese, lingua universale perché lo spagnolo sta prendendo sempre più campo. Oggi, in California, i bianchi sono in minoranza. Non dobbiamo aver paura della colonizzazione linguistica”. Di cosa altro ha paura Gianni Riotta, che monopolizza l’attenzione del pubblico per circa due ore? Di una classe dirigente rampante, tutta protesa al guadagno, del divario economico verso la classe operaia che diventa sempre più forte, del dilagare della cultura della velocità…. Gianni Riotta racconta l’America dall’America e lo fa ricordando anche come si vive dopo l’11 settembre. “C’è una vera e propria curiosità verso l’Europa, atteggiamento che mi stupisce molto, non me lo aspettavo”. Uno sguardo anche all’Italia, soprattutto al rapporto fra stampa e potere. “ Sono molto preoccupato, non sono assolutamente d’accordo del clima che si è instaurato da qualche tempo. Il Presidente del Consiglio non può essere il padrone di case editrici, di televisioni, di giornali.” Sul Presidente degli Stati Uniti, Riotta ha una certezza: “A Capodanno del 2008 va a casa”.


Sala Azzurra, domenica 18 maggio, ore 17.00
   

ENZO BIANCHI E BARBARA SPINELLI: RIGORE INTELLETTUALE E CULTURA DELLA CONVIVENZA

Immigrazione, emigrazione, permesso di soggiorno, clandestino, legge sì, legge no. In quest’epoca di grande voyeurismo mediatico e di confusione sul tema del contatto tra culture diverse, è il momento di fare un po’ di ordine, di chiarezza. Ci hanno provato due grandi firme de La StampaEnzo Bianchi e Barbara Spinelli - con il rigore intellettuale che li contraddistingue. Su un tema così caldo come Lo Straniero – questo il titolo dell’incontro in programma in Sala Rossa – sarebbe stato facile strappare applausi e suscitare entusiasmi: ma questo è il compito di opinion leader televisivi dell’ultima ora. Qui alla Fiera si è dato spazio alla riflessione, all’analisi di autentico spessore. Un’analisi che parte da lontano: “Non è un caso che la parola straniero derivi dall’indeuropeo ‘host’ che identifica sia l’ospite, ma anche il nemico”. Ed, infatti, la nostra civiltà secondo Bianchi vede predominare sempre uno dei due significati. La cultura della convivenza, però, è possibile: anzi, è scritta nel Dna nella nostra civiltà. “In antichità nel Querceto di Mamrè cristiani, pagani, ebrei ed arabi si incontravano per celebrare le loro feste religiose ed io stesso negli anni ’60 ho partecipato in Kosovo alla festa di Abramo che vedeva riuniti in un clima di xenofilia cristiano ortodossi e musulmani”. Guarire dal morbo della xenofobia si può. Il vaccino esiste, a patto che non lo si ricerchi nell’”adversus hostem aeterna autoritas” dei Romani. Questo il monito di Barbara Spinelli, per la prima volta alla Fiera del Libro. “Fare guerra allo straniero gli conferisce lo statuto di belligerante e questo è una via che porta tutto da un’altra parte rispetto alla convivenza”. Sotto quest’aspetto l’11 settembre e tutto quello che è venuto dopo rappresenta secondo Spinelli un vero e proprio fallimento. La cultura della convivenza esige ben altro, che l’editorialista de La Stampa ha illustrato attraverso una puntigliosa disamina del pensiero occidentale su questo argomento: da Cicerone a Plutarco, da Levinas a Moses. Un’analisi puntuale e severa per arrivare alla conclusione che c’è bisogno dello straniero per ridefinire se stessi e da questo rapporto nasce la conoscenza, primo passo verso uno sviluppo culturale, legislativo, politico. Nella polis c’è bisogno di tutti, in un rapporto che metta, naturalmente, la legge in posizione di primo piano: un invito di grande impegno e passione intellettuale. Anche se il mondo sembra andare da un’altra parte.


Sala Gialla, domenica 18 maggio 2003, ore 17,00
   

ROSSO RELATIVO

Il nero, il bianco, il blu e il porpora sono stati al centro del convegno Quattro lezioni sui colori che ne ha indagato il significato, l’esistenza, il relativismo e le valenze simboliche.
Ad introdurci in questa indagine è stato Gino Ruozzi, italianista dell’Università di Bologna, la cui lezione si è concentrata sul nero ed in particolare sul nero metaforico in arte e letteratura. Dall’ultima fase delle Pinturas Negras di Goya, intorno al 1820, al nero pastoso dell’impressionista Manet, dal nero ferito e carcerario di Bacon ai cicli di neri sovrapposti di Burri: questo colore si carica di significati che travalicano naturalmente il piano puramente linguistico ed espressivo.
Lo stesso accade in letteratura, con un uso del nero discontinuo eppure persistente: nel gotico di Poe e Radcliffe, nel romanticismo, nella scapigliatura di Boito e Tarchetti, nei romanzi noir anni ’30.
I colori sono innanzitutto un dato esistenziale fortemente influenzato dalla persona. Ognuno di noi crea con loro un particolare rapporto, un’affettività”. Con questo accenno al relativismo culturale e sociale del colore il francesista Alberto Castoldi introduce all’analisi del bianco, cui ha dedicato un intero volume: “Un colore che ha una gamma di potenzialità più vasta degli altri perché mentre da un lato esalta la vita e la divinità, dall’altro è vicino alla morte e agli inferi”. Una chiave di lettura insolita porta Castoldi ad associare il bianco all’annullamento di sé, alla sublimazione, all’impossibilità di rappresentazione, al fallimento personale. Il simbolismo più incisivo lo ritrova nel celebre romanzo di Melville “Moby Dick”, dove il bianco è il vero protagonista ed il naufragio è la metafora dell’incapacità dell’autore di dominare la pagina vuota.
Al giornalista Marco Belpoliti spetta invece l’analisi del blu, da lui stesso definito “il colore più amato in Europa”. Rassicurante da un lato ma freddo dall’altro, il blu si diffonde in Occidente intorno all’anno Mille in quanto simbolo religioso di luce divina.
Completamente diverso il taglio dato da Narciso Silvestri alla sua lezione sul porpora. Come ci si può aspettare da un docente del Politecnico, Silvestri spiega l’assenza di questo “non-colore” dallo spettro cromatico attraverso un teorema matematico: rette, congiunzione di punti, iperboli, parabole, infinito. L’ausilio delle diapositive aiuta a comprendere meglio i concetti espressi a parole e la sua frase d’esordio alleggerisce di molto la lezione: “Mi rendo conto che la mia relazione risulterà pesante perché tecnica – dice Silvestri sorridendo – ma ho calcolato, rileggendola, che dura soltanto dieci minuti”.


Sala Blu, domenica 18 maggio 2003, ore 16.00
   

“LUCA E’ VIVO”: L’ULTIMA NOTA DI LUCA FLORES

L’ultima nota di Luca Flores, pianista di grande talento morto suicida nel 1995, non cadrà nel silenzio.
Ne è convinto Walter Veltroni, sindaco di Roma e leader diessino, che ha fortemente voluto scriverne la storia e la pubblica per i tipi di Rizzoli con il titolo Il disco del Mondo. Alla presentazione erano presenti la cantante Fiorella Mannoia e lo scittore e corsivista di Repubblica Michele Serra che si sono detti “entusiasti di avere un sindaco che trova il tempo per occuparsi di scrittura”: “Molti riscopriranno Luca e andranno a comprare i suoi dischi e staranno bene. Perché il dolore fa bene, il dolore degli altri” ha spiegato Veltroni.
Dolore
e genio sono le parole chiave per capire questa biografia. Luca nasce nel 1956. E’ il figlio di uno stimato geologo e raffinato intellettuale. Cresce in Mozambico ed è qui che tutto si compie. Qui scopre la musica e vi si dedica con maniacale tenacia e grande sensibilità. Qui vede morire la madre inseguito ad un incidente d’auto. Luca si sente responsabile la mamma lo stava portando dal dentista. E senso di colpa lo accompagnerà in tutta la sua esistenza fino al tragico epilogo. “L’ho scoperto casualmente – prosegue VeltroniFu un amico a regalarmi il suo ultimo disco. Lo ascoltai una notte e ne rimasi folgorato. Andava oltre alla musica. Riusciva ad esprimere la vita e ci trovai un senso di malinconia e sofferenza che mi colpì. Solo dopo scoprì che quel brano lo aveva composto dieci giorni prima di suicidarsi”. Luca si tolse la vita il 29 marzo del 1995 lasciando un profondo vuoto nella famiglia e in tutti coloro che avevano suonato con lui e ne conoscevano le doti.
E’ questo senso di vuoto che mi ha convinto a ritagliarmi tutti gli spazi possibili per conoscere la vita di Luca - ribadisce il sindaco di Roma - Aveva un gigantesco talento, ma anche un gigantesco rigore. Aveva un carattere riservato, dolce ma anche condizionato da un gigantesco dolore”. Tutto è gigantesco in Luca Flores, anche la considerazione di cui gode all’estero. All Music Guide scrive: “E’ un genio del piano….Come solista potrebbe collocarsi tra Thelonious Monk e Bill Evans”. Veltroni vuole che sia così anche in Italia e chiude dicendo: “Luca è vivo”. Il libro è corredato da un filmato in dvd di Roberto Malfatto e Walter Veltroni che contiene le testimonianze dirette di familiari e amici.


Sala Blu, domenica 18 maggio 2003, ore 15.30
   

SINDACO SCERIFFO, SINDACO AMICO. LE DOMANDE DEI TORINESI A CHIAMPARINO

Tutti i sabati mattina, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino incontra nel suo ufficio i cittadini che lo richiedono. I casi più rappresentativi, più curiosi, più toccanti sono diventati un libro – La città che parla – pubblicato da Mondadori con la prefazione di Massimo Gramellini. Il problema numero uno per la città che sta attraversando la crisi dell’industria metalmeccanica, strano a dirlo, non è il lavoro ma la sicurezza. “E’ giusto – si chiede Gramellini – che lo Stato ceda interi pezzi del suo territorio all’extraterritorialità?”. E’ giusto che non si possa far nulla per far rientrare nella piena legalità zone storiche di Torino come via Nizza, interi isolati di San Salvario, l’area intorno a Piazza della Repubblica, afflitte da microcriminalità, spaccio di droga, commerci illeciti, immigrazione clandestina?
Chiamparino non usa mezzi termini: “Non mi sottraggo alla responsabilità del Comune. Non serve scaricare le colpe su inefficienze del Comune o delle forze dell’ordine: serve un’azione congiunta dove non c’è destra o sinistra. Il Governo ha la responsabilità di garantire gli organici delle forze di polizia, e il Comune deve soprattutto non far sentire soli i cittadini. Non ha senso l’effetto deterrente della divisa che viene subito meno quando la divisa ha girato l’angolo”. Qualcuno suggerisce di spostare gli immigrati in periferia come ha fatto il sindaco di New York Rudolph Giuliani da Manhattan al Bronx: “Una lettera a un quotidiano apparsa proprio stamani ripesca articoli del 1905 e del 1970: San Salvario era già così allora, nella vita delle città ci sono sempre state aree grige sul crinale fra lecito e illecito”. Il problema va affrontato a monte: controllando i flussi nei Paesi d’origine, battendo la corruzione dei funzionari e le mafie locali. Un compito che nemmeno la Bossi-Fini è finora riuscito ad assolvere: la recrudescenza dell’immigrazione clandestina – a Torino in aumento per ammissione dello stesso Sindaco – suscita disagio anche e proprio in quei torinesi di seconda generazione, figli d’immigrati ancora più legati alla dignità della città nella quale si sono realizzati. Gramellini: “Non è vero che si commettono meno scippi: è la gente delusa che denuncia di meno perché sa che il colpevole non verrà mai preso. E’ avvilente vedere il criminale che ti ride in faccia perché impunito. Non è più uno Stato”. E Chiamparino rimanda con una battuta: “Sì, può valere anche molto in alto… Ma sarebbe un altro dibattito”.
La sicurezza è un problema che può essere governato – magari con un punto di Ici in più ma destinato apposta a questo - anche quando assume le tinte del dramma, come nel caso del tifoso juventino originario di Alcamo ucciso da un extracomunitario alla stazione di Porta Nuova. Chiamparino: “Ho ancora la pelle d’oca per l’atteggiamento straordinario che la famiglia del ragazzo ha avuto nel gestire con i media un dolore umano giustificatissimo, ma che per la città sarebbe potuto diventare in una caccia alle streghe”.
E poi il libro. Dal sindaco-sceriffo al sindaco-amico, cui chiedere anche solo di essere ascoltati. Dal cittadino che chiede aiuto per commercializzare il brevetto di bicicletta spinta dal molleggio del sellino al padre con il figlio tossico. Dalla famiglia che vuole tornare ad abitare a Torino al disoccupato di mezza età che vive intaccando i risparmi di una vita. E il lavoro. Dal sindaco si va ancora a chiedere il posto, una spintarella, una raccomandazione? “No, sono tutti molto dignitosi. Certo, a fine colloquio c’è sempre un non-detto, un ‘capisco che lei non può fare nulla, ma non si sa mai’”. Discrezione, dignità, riservatezza. Chiosa Gramellini: “Anche questo molto torinese

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Sala Gialla, domenica 18 maggio 2003, ore 15.00
   

IL CONFLITTO TRA ISRAELIANI E PALESTINESI, UN NODO IRRISOLTO DELLA STORIA

C’è una ferita che la storia del Novecento ci ha consegnato ancora aperta e che questi primi anni del XXI secolo hanno reso ancora più lacerante: il conflitto tra palestinesi e israeliani. La Fiera del Libro, naturalmente, non ha la presunzione di sanarla, ma di dare il contributo alla volontà di capire che cosa succede in Medioriente e quali sono le sue spiegazioni storiche e culturali. Ci hanno provato due storici di razza - l’israeliano Benny Morris e il palestinese Rashid Khalidi - nel faccia a faccia condotto dall’editorialista de La Stampa Fouad Khaled Allam davanti al pubblico numeroso e attento della Sala Rossa.
Quello che succede in Palestina ha segnato e segna la storia non solo di quelle terre, ma anche dell’Europa”, ha esordito Fouad Allam, puntando il dito anche sui troppi errori di sottovalutazione che, ieri come oggi, hanno fatto gli europei in merito al conflitto. Un conflitto che è riduttivo spiegare come una guerra per la proclamazione di uno Stato.
Questa guerra va letta in due modi – ha sottolineato Benny Morris, ordinario all’Università Ben Gurion di Beer Shebe e autore del recenti Vittime – da una parte c’è la lotta per la terra, dall’altra una lotta tra due idee di civiltà”. Dito puntato, quindi, sull’involuzione di questi ultimi anni: ”C’è una componente fondamentalista che vuole la scomparsa di Israele, perché odia i nostri valori e vede nello stato ebraico l’emblema e il baluardo di quella società occidentale che vogliono distruggere”.
Una preoccupazione condivisa da Rahshid Khalid, autore del libro Identità palestinese. E proprio sulle caratteristiche di questa identità lo storico ha voluto precisare un punto essenziale: “Questa identità non ha solo la sua unica ragion d’essere se vissuta in rapporto all’identità israeliana. E’ una identità che nei secoli si è formata per rivendicare prima un’autonomia nei confronti dell’Impero Ottomano e poi dell’Impero britannico”. La storia del popolo palestinese, quindi, si profila secondo Khalid come parte integrante di quel nazionalismo arabo che ha visto nello Stato e nell’edificazione dello Stato un aspetto fondamentale di modernità politica. Accanto a questo impegno che ha, appunto, salde radici storiche e culturali c’è la rinascita del fondamentalismo islamico di Hamas e della Jihad che Khalid non ha esitato a definire una “iattura” per la causa palestinese. E per il futuro del mondo.


Sala Rossa, domenica 18 maggio 2003, ore 15.00
   

Rosa chi scrive? Le emozioni in rubrica

"La presentazione più inutile della Fiera – esordisce ironicamente Ernesto Ferrero lasciando la parola agli scrittori e giornalisti Isabella Bossi Fedrigotti e Massimo Gramellini due fonti inesauribili di materiale umano” – conclude - accomunati da una stessa passione che è anche lavoro: la posta del cuore, una rubrica di posta dei lettori che si affidano al dialogo su carta per una consulenza da amici.
Ho felicemente ereditato la rubrica sul Corriere da colleghi che la disprezzavano -afferma con orgoglio la giornalista del Corriere della Sera – e ne fui ben contenta”. Inizialmente il marchio con cui veniva bollata era ‘Posta del cuore, roba da donne’. Ma oggi alla Fiera Bossi Fedrigotti risponde a una ricca platea portando la sua esperienza di lettrice e di “dottore del cuore”.
A fianco, il pungente commentatore della Stampa Massimo Gramellini, ‘più soubrette che regista’ - come lui si definisce: “La posta del cuore ha cambiato colore: non più solo rosa forse, se con rosa vogliamo designare il sesso di chi scrive e chi legge”.
Il pubblico è divertito dalle spassose storie da lui riportate, storie in cui è bello trovarsi e ritrovarsi. Viaggi di emozioni dove chi scrive coincide con chi risponde. Il ruolo maieutico della lettera è dominante e vive nonostante il forte contrasto con la civiltà di oggi che manca di silenzio per la riflessione.
Le lettere della posta del cuore di questi anni, non più solamente sfoghi femminili di cuori afflitti, sono a detta dei due relatori un’avventura: storie di vita che entrano nell’animo di chi le legge e dalle quali, una volta conosciute, è difficile prescindere. Timidezze, disagi, dolori, amori finiti, sofferenza, costituiscono il profondo materiale scritto con cui i nostri ospiti fanno i conti ogni giorno in un connubio alternante di vita e rubrica.


Sala Azzurra, domenica 18 maggio 2003, ore 14.00
   

LA CAVALCATA DEL SECOLO CON DORIS LESSING

Hitler e Mussolini dovevano vivere mille anni e invece sono caduti, l’Unione Sovietica e il comunismo dovevano essere eterni e sono caduti anch’essi, l’Impero britannico non ha fatto una fine diverso.” Ore 11, Sala Azzurra, Fiera Internazionale del Libro: tutti a lezione di Novecento, in cattedra sale Doris Lessing. Naturalmente non è la solita lezione di storia: con Doris Lessing si scava dentro i fatti per arrivare ai sentimenti, alle pulsioni, delle contraddizioni di quello che, non a caso, è stato definito il “secolo breve”.
Le grandi ideologie sembravano granitiche e poi si sono sciolte come neve al sole” ha precisato Lessing che non ha esitato a puntare il dito sull’inflessibilità che caratterizza ancora il pensiero occidentale. “Si ragione ancora troppo per rigide classificazioni - uomini e donne, bianchi e neri – pensando più alle cose che uniscono che a quelle che dividono” ha criticato la scrittrice nata in Iran e naturalizzata britannica.
Da qui la sua ritrosia a definirsi una scrittrice “femminista” anche se, salutando il pubblico, – si è detta felice per la forte presenza di donne in sala. Se la memoria si volta verso i drammi del XX secolo, “alle base dei quali c’è la radice culturale del cristianesimo, una religione fortemente intollerante”, lo sguardo è rivolto verso il futuro: “Questo grande fermento a favore della pace fa pensare a qualcosa di buono, cento anno fa i cittadini del mondo non avrebbero marciato per fermare una guerra”.
La speranza, però, si combina con lo scetticismo. Un sentimento esplorato da Doris Lessing in Memoria di una sopravvissuta, l’ultima sua fatica letteraria presentata qui alla Fiera. Lo sguardo si fa scuro e severo e l’occhio si posa sulla realtà puntando verso il futuro in un mondo “dove la barbarie è la norma e ognuno deve lottare per sopravvivere: uomini, donne, persino bambini in un vortice di ferocia”.
Un pessimismo della ragione che nasce proprio dalla memoria di una sopravvissuta: “La guerra, in particolare la prima guerra mondiale, è entrata prepotentemente nella mia famiglia, mio padre ha perso la gamba, mia madre il suo primo grande amore, ha conosciuto mio padre e lo ha curato per quattro lunghi anni”. Una ferita, dunque, che non si chiude: “Anche quando la guerra finisce, continua per sempre nell’animo di chi l’ha conosciuta”.


Sala Azzurra, domenica 18 maggio 2003, ore 12.00
   

LE PRESENZE DI SABATO 17 MAGGIO 2003

Oltre 4.000 visitatori paganti in più nel terzo giorno d’apertura della Fiera Internazionale del Libro 2003 rispetto allo stesso giorno del 2002.
Dalle 10.00 alle 23.00 di sabato 17 maggio 2003 i visitatori della Fiera sono stati 55.227, contro i 51.124 del terzo giorno della Fiera 2002, sempre di sabato. Una crescita di 4.103 unità, pari a circa l’8% d’incremento.
Sommati a quelli dei due giorni precedenti, i visitatori totali dei primi tre giorni della Fiera 2003 ammontano dunque a 116.184 contro i 112.363 dei primi tre giorni della scorsa edizione, per un incremento di 3.821 presenze.
La Fiera 2003 sta facendo registrare un forte incremento fra i visitatori professionali: sabato 17 maggio 2003 sono stati 7.441, contro i 4.399 di sabato 18 maggio 2002. I visitatori professionali nei primi tre giorni di Fiera 2003 sono stati complessivamente 17.858


Dalla Fiera, domenica 18 maggio 2003
   

Le notizie di Sabato 17 maggio 2003

PAROLE E MUSICA. NADA PRESENTA “LE MIE MADRI”

Diceva Edoardo De Filippo che gli esami non finiscono mai. Lo sa anche Nada Malanima, cantante passata dalla canzone leggera al recital d’autore, che ha scelto la Fiera per presentare il suo primo libro, “Le mie madri” pubblicato da Fazi Editore. Un debutto, quindi, sponsorizzato da Sagat – Turin Airport: “C’è chi dice che i debutti non devono finire mai. Per me non c’è pericolo”. Il testo unisce prose e poesie che uniscono il racconto al diario, Ad accompagnarla ci sono Ferruccio Spinetti e Fausto Mesolella, bassista e chitarrista degli Avion Travel. Ne nasce una lettura concerto dove Nada abbraccia i “grandi” temi esistenziali: la vita, la morte, il dolore, la gioia, la perdita, l’incomunicabilità e il piacere, il rapporto conflittuale con la madre vera e la “mamma” da sogno che è chiusa nella sua anima. Nada lo fa con grande partecipazione e coraggio, quasi un tenero “sbirulino”, rabbioso e sofferente che si danna l’anima per raccontare e farsi ascoltare.


Sala Azzurra, Sabato 17 maggio 2003, ore 21.00
   

JOHN BANVILLE, L’IRLANDESE:“SCRIVO PER SEDURRE I MIEI LETTORI”

Un incontro durato circa due ore, seguito da un centinaio di persone assolutamente rapite dall’ironia e dalla magia delle parole dell’irlandese, segugio di storie d’amore e tenebra. John Banville, uno dei più grandi scrittori europei viventi, ha scelto la Fiera Internazionale del Libro di Torino per incontrare i suoi affezionati lettori.
Ironico anche quando qualcuno gli chiede come ha fatto a scrivere così tanti racconti, Banville sorride dicendo che un racconto si scusa con tutti quelli precedenti. Banville ripercorre il suo viaggio artistico: “Ho cominciato a scrivere quando avevo undici o dodici anni – racconta – facendo pessime imitazioni di Joyce. Alla fine di ogni storia c’erano sempre boccioli bianchi che cadevano sulla tomba: la neve ce l’aveva messa già Joyce, non potevo mettercela io”.
I romanzi, caratterizzati da un scrittura lirica e intensa, semplice solo in apparenza, non trattano della realtà sociale del suo paese. La loro “irlandesità”, a detta dell’autore, sta altrove: L’irlandese è una lingua terribilmente obliqua, non dice mai le cose direttamente – al contrario dell’inglese, una lingua pragmatica e tecnica, nata per dare ordini.
I personaggi delle sue storie, che siano scrittori alle prese con una biografia troppo difficile da portare a termine e due diverse storie d’amore (La lettera di Newton), gentiluomini inglesi con una doppia vita da spia sovietica (L’intoccabile), attori che si ritirano dalle scene per un’improvvisa crisi di identità (Eclipse) sono infatti complessi, alla costante ricerca di sé.
Che cosa spinge uno scrittore a scrivere un libro? “Un’artista è una persona molto semplice. Quando io incomincio a scrivere un libro lo faccio per sedurre il lettore, quasi un rapporto sessuale. Un buon verso, la prosa mi riportano in un mondo con forme nuove”.
E come vede il futuro, Banville? Nero. Paragona il 2003 ad anni-vigilia come il 1939 e il 1914, descrivendo un’umanità “rannicchiata nella paura di un futuro incerto”.


Caffè Letterario, Sabato 17 maggio 2003, ore 17.30
   

ORGOGLIO NOIR

Siamo in una sala gialla a parlare di nero!”. Così Giovanna Zucconi ha introdotto ironicamente l’incontro “Profondo nero: laboratori della paura”, di fronte a un pubblico accorso numeroso per incontrare alcuni fra gli autori di maggior successo della letteratura poliziesca: Marcello Fois, sceneggiatore della serie tv Distretto di polizia oltre che scrittore, Diego De Silva autore di Voglio guardare, Giancarlo De Cataldo, magistrato e autore di romanzi basati sulla cronaca giudiziaria italiana degli ultimi trent’anni, l’americana Alex Kava, di cui è appena uscito in Italia La perfezione del male, e l’attore-scrittore-cantautore Giorgio Faletti, da mesi in vetta alle classifiche con il suo primo romanzo, Io uccido. Tutti sono stati concordi nel considerare le categorie di genere, come appunto “giallo”, “nero” o “poliziesco”, delle etichette convenzionali. Per De Cataldo, che definisce la sua ultima opera (basata sulle vicende della banda della Magliana) un “romanzo di formazione alla vita criminale”, “è divertente scompaginare le categorie dei critici, giocando ad attraversare i confini tra i generi”, mentre Faletti ha usato la metafora dell’Ape Maia (gialla e nera) per ribadire lo stesso concetto.
Tutti d’accordo anche sul rapporto con la vita reale e con le altre opere letterarie, da cui da sempre gli scrittori prendono spunto: “la vera invenzione”, ha riassunto De Silva, “sta nel come vengono concatenati questi elementi, ovvero nelle tecniche narrative utilizzate”. “Del resto”, ha aggiunto Fois, “l’umanità racconta le stesse cinque o sei storie da qualche millennio: tutto si gioca sulle variazioni”. Meno accordo invece sulla necessità che i fatti raccontati siano plausibili: se Faletti ha ricordato che spesso “la realtà supera la fiction”, De Silva e De Cataldo hanno affermato di sacrificare spesso la plausibilità alle esigenze narrative, mentre Fois nel suo ultimo libro (Piccole storie nere, 2002) è ricorso addirittura alla sfera del soprannaturale. Anche sul problema dell’entrare in dettagli più o meno cruenti nella descrizione della violenza e del delitto sono emerse posizioni diverse. Alex Kava ha affermato di adottare un approccio “alla Hitchcock”, lasciando più spazio possibile all’immaginazione del lettore “che sicuramente è in grado di immaginare cose ben peggiori di quelle che potrei scrivere io”. De Silva e Fois invece hanno ammesso di indulgere volentieri nei particolari, “ma solo quando la storia lo richiede, perché l’arte di raccontare si nutre essenzialmente dei silenzi e dei non-detti” che creano tensione nel lettore, catturando la sua attenzione. Alex Kava cerca di scrivere ogni volta un libro “che faccia stare svegli tutta la notte”.
Sui rapporti tra letteratura poliziesca da un lato e cinema e televisione dall’altro, tutti hanno affermato di apprezzare la libertà dai vincoli di budget di cui gode la scrittura: “l’unico limite di uno scrittore” ha aggiunto Falettiè la sua fantasia”.
In conclusione, Fois ha lanciato un frecciata a quei critici che continuano a considerare il poliziesco un genere “di serie B”, nonostante già da alcuni anni anche in Italia si stia verificando un vero e proprio boom editoriale del noir, con importanti riflessi anche sulla fiction televisiva. Secondo lo scrittore, “la letteratura italiana in questi anni sta benissimo, la critica forse un po’ meno: sembra quasi che ci si debba vergognare del successo, come se il fatto di piacere a un vasto pubblico sia un male”..


Sala Gialla, Sabato 17 maggio 2003, ore 14.00
   

BRUNO MUNARI, L’UOMO CHE DISEGNO’ L’ARCOBALENO DI PROFILO!

 

Ricordare Bruno Munari. Il grafico, l’illustratore, il designer e il suo rapporto con il colore. Un rapporto vissuto intensamente ma, inevitabilmente, alla sua personalissima maniera. “Una volta gli chiesero – spiega l’architetto e giornalista Beppe Finessiquale fosse stato lo scopo di 70 anni di lavoro. Lui, serio serio, risposeHo cercato di insegnare agli altri a vedere l’arcobaleno di profilo”. E un giorno lo disegnò davvero quell’arcobaleno”.
Guardare alla realtà da prospettive sempre nuove era il suo imperativo, quello che lo rendeva capace di stupire e aprire nuovi mondi. Lo ha ribadito anche Ernesto Ferrero, direttore editoriale della Fiera, con un ricordo personale: “Lo andai a trovare una volta e mi mostrò una cordicella con tanti piccoli oggettini appesi. Poteva sembrare una collanina un po’ spartana. Lui mi disseLa vedi? E’ un racconto per un bambino che non può vedere”.
Il suo colore era il grigio medio 50%. Era neutrale, lo indossava sempre e lo usa nelle sue creazioni. Ma non era la sua unica invenzione. Un giorno si mise a produrre colori. Inventò il giallo di Napoli, il bianco calce, il quasi nero, il marrone iridato, il blu notte alle tre e tanti altri. Ideò il libri illeggibili dove la parola cede il passo ai colori. Dapprima rivolti ai pochi, poi diffusissimi negli anni ’90.
Il colore è sempre presente nel lavoro di Munari. Anche quando parla ai bambini. Nasce così la serie dei “Cappuccettiverde, giallo, blu, bianco. Illeggibili per i grandi ma chiarissimi per i più piccoli. All’estero la sua fortuna è stata grande. Nelle librerie di Tokyo i suoi libri si trovano più facilmente che in quelle italiane. Una fama consolidata al punto che alcuni ricercatori, parlando della scoperta del Dna, hanno detto: “Abbiamo scoperto un libro illeggibile. Forse saremo capaci di interpretarlo tra 500 anni”. Lo avrebbe apprezzato Bruno Munari che diceva sempre: “La rivoluzione va fatta senza che nessuno se ne accorga”.


Sala Blu, Sabato 17 maggio 2003, ore 12.30
   

TRADUZIONE, CHE PASSIONE!

 

Freud: presente! De Filippo: presente! Calvino: presente! Sono molti gli scrittori che hanno risposto all’appello e si sono per un attimo materializzati nelle facce dei loro traduttori italiani e stranieri, presenti all’incontro Le confessioni del traduttore letterario, che si è tenuto in una Sala Blu gremita all’inverosimile.
Diventare traduttrice nel mio caso ha significato scoprire una vera e propria vocazione – ha ricordato Renata Colorni, la penna italiana di Sigmund Freud – anche se prima facevo già le revisioni alle traduzioni degli altri”. La Colorni ha, quindi, messo in risalto su quello che secondo lei è l’aspetto più importante di questa professione: “La traduzione è una questione di fedeltà all’autore, ma anche al traduttore perché anche quest’ultimo sviluppa uno stile che deve essere rispettato”.
Ma ci pensate? Essere pagati per leggere libri: una favola!” – è la battuta di Joachim Meinert che ha fatto conoscere ai lettori tedeschi il genio di Eduardo oltre che il pensiero di Gramsci. Il traduttore tedesco è poi ritornato con la memoria ai suoi esordi in una casa editrice della Germania est: “Vivevamo, come sapete, sotto un regime chiuso e dittatoriale e certamente con il mio lavoro ha contribuito all’apertura culturale del mio paese”. I ricordi hanno ceduto subito al posto alla realtà di oggi: “L’Università non basta per diventare un buon traduttore, ai giovani serve lavorare all’interno della casa editrici, fianco a fianco con revisori del testo e redattori”. Un lavoro faticoso, ma che ripaga soprattutto sul piano creativo: “Alla fine ti accorgi di aver scritto un libro ed è una sensazione stupenda!”.
Di fatica, di lampade accese sulla scrivania fino a tarda notte, di artrosi cervicale ha parlato la traduttrice dal francese Yasmina Melaouah: “Ogni volta che finisco di tradurre un libro ne esco distrutta, ma se sto più di una settimana senza traduzioni vado in crisi di astinenza”. Un lavoro che fa tutt’uno con la vita: “Anche sul tram o in metropolitana capto frasi gergali che archivio nel cervello per quando devo usare nuovi termini”. Amore e passione sono le parole scelte da Anna Nadotti, che ha iniziato come traduttrice per Einaudi e Bollati Boringhieri: “Sono diventata traduttrice per colpa della mia passione sfrenata per la lettura. Tradurre mi dà la possibilità di entrare a stretto contatto con l’autore fino ai limiti della perversione e, come si sa, le perversioni sono le maggiori fonti di piacere”. Le fa eco Glauco Felici: “Ho cominciato a tradurre saggi di politica e sociologia dallo spagnolo, ma poi ho capito questo sarebbe stato il mio lavoro, quando mi è stato proposto di tradurre il romanzo di un autore argentino.” Il suo nome? Osvaldo Soriano.


Sala Blu, sabato 17 maggio 2003, ore 14.00
   

BUTTIGLIONE: “AL SEMESTRE ITALIANO CON TONI PIU’ PACATI”

 

Dopo il ministro per i Beni Culturali Giuliano Urbani, è giunto alla Fiera nel pomeriggio di oggi anche il ministro per le Politiche Comunitarie Rocco Buttiglione, invitato ad intervenire al convegno Dalla Convenzione europea al semestra di Presidenza italiana al Palalibro Piemonte. Buttiglione è stato accolto dal presidente della Regione Piemonte Enzo Ghigo e dall’assessore alla Cultura e Istruzione del Piemonte Giampiero Leo.
Ghigo ha firmato la petizione a sostegno della sede Rai di Torino annunciando di voler presenziare al dibattito con la presidente Rai Lucia Annunziata, in programma lunedì alle 11.30 in Sala Blu («La marcheremo stretta», ha commentato).
L’attenzione si è subito accentrata sui temi caldi della politica nazionale di questi giorni. Buttiglione difende a spada tratta Berlusconi: «Alla vigilia del semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea, le polemiche non fanno bene al Paese, né fa bene al Paese chi le alimenta e ha condotto contro il Capo del governo un’offensiva che non considera né la verità, né il rispetto verso le istituzioni e le persone. Sono d’accordo con il Capo dello Stato nell’invito ad abbassare i toni, ma qui c’è chiaramente un aggressore e un aggredito, chi attacca e chi si difende. In nessun altro Paese europeo sarebbe stata tollerata una situazione simile». Giusto l’invito di Ciampi ad abbassare i toni: «Un amico vero ti dice anche le cose che non vorresti sentirti dire». Ma Berlusconi ha un diritto sacrosanto a difendersi, anche con energia. «Tutti quanti abbiamo il dovere di portare l’Italia nelle condizioni migliori al semestre di presidenza. Berlusconi deve fare un grande sforzo per contenersi, ma anche i suoi aggressori devono fare un grande sforzo per smetterla».
Sulla situazione di squilibrio fra i tre poteri dello Stato denunciata da più parti in queste ultime settimane, Buttiglione è fra quanti individuano un disegno politico di una parte della magistratura per influenzare la pubblica opinione. «È sbagliato, i politici devono essere trattati come tutti i cittadini, che hanno il diritto di non essere ricattati dall’ordine giudiziario. Creare una barriera fra politica e azione giudiziaria per evitare che i risultati del voto vengano cambiati da quella piccola parte della magistratura che ha la tentazione di fare politica. Difendiamo il prestigio della magistratura: non distruggiamolo agli occhi della gente, come abbiamo fatto con la politica, per le colpe di pochi. Difendiamolo il prestigio della magistratura anche da quei pochi magistrati che agiscono in modo da infangarlo».

Arena Spazio Giovani giovedì e venerdì 16 maggio ore 15.00
   

LIBRI IN GIOCO: LE DUE CLASSI TRIONFATRICI

La Fiera Internazionale del Libro ha incoronato le due classi vincitrici del torneo Libri in Gioco, organizzato dalla Fiera Internazionale del Libro di Torino e promosso dal Ministero dell'Istruzione. Una sfida che ha visto affrontarsi centinaia di classi sulla rete in un grande scontro on line a suon d’indovinelli, giochi e parole crociate dalle risposte nascoste nelle pagine dei libri letti.
Per la categoria scuole medie ad esultare è la III A della Scuola media Pavoni di Roma, che nel pomeriggio di giovedì ha disputato all’Arena dello Spazio Giovani la finalissima del torneo battendo la II A della Fermi di Lurago d'Erba (Como), la II della Meda di Inverigo (Como), la II C dell'Istituto Comprensivo di Usmate Velate (Milano) e la II M della media di via Donizetti di Collegno (Torino). Per solo un punto di distacco, la scolaresca ha risposto a quiz e indovinelli su 25 romanzi che gli alunni hanno avuto il tempo di leggere con attenzione e preparandosi in anticipo.
Grande soddisfazione per i ragazzi e per gli insegnanti che li hanno seguiti durante tutto il percorso di lettura: ''Un'esperienza interessante - afferma Caterina Perri, professoressa della III A - che ha appassionato molto i miei ragazzi, alcuni hanno già deciso di comprare alcuni dei libri letti. Si è generato in loro il desiderio di possesso del libro e questo credo sia molto bello. Sono convinta che raggiungere la lettura attraverso il gioco sia stata la carta vincente. Un'occasione che ha creato molto spirito di gruppo ed è stato il trampolino per avvicinarli spontaneamente a letture più difficili".
Per le scuole elementari a salire sul podio è la IV A della Scuola elementare Rodari di Imola sale sul podio come prima classificata al torneo di lettura on line “Libri in Gioco 2003”, categoria scuole elementari, organizzato per il secondo anno dalla Fiera Internazionale del Libro di Torino e promosso dal Ministero dell'Istruzione.
La finale fra le cinque classi elementari, provenienti da tutt’Italia, si è disputata nel pomeriggio di venerdì presso lo Spazio Ragazzi. Imola ha battuto la 5° C della Gozzano di Torino, la 4° G Tesauro di Ficarazzi (Pa), la 4° A della Olivetti di Ivrea (To).
Hanno vinto lo spirito di gruppo, la curiosità e soprattutto la voglia di leggere con attenzione. Premi per tutti, sono stati consegnati, colorati libri e un dizionario della lingua italiana.
Abbracci, sorrisi e qualche lacrima per i ragazzi e gli insegnanti della scuola elementare, IV A di Imola.
'E’ stato un gioco intelligente e coinvolgente – dichiara Mirella Pagliardini - la maestra della classe vincitrice – che ha insegnato a tutti ad implementare la lettura. I bambini sono stati sempre molto attenti, leggendo anche più di due volte lo stesso libro. E poi, per la prima volta, si sono avvicinati ad Internet, nella maniera più sana possibile.

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Arena Spazio Giovani giovedì e venerdì 16 maggio ore 15.00
   

KAREN LEVINE E MORDECAI RICHLER: LA SHOAH E I SEGRETI DI BARNEY PANOFSKY

La famiglia è il tema che lega Karen Levine e Noah Richler, i due scrittori canadesi ospiti oggi della Fiera Internazionale del libro di Torino.
Una famiglia lacerata e violentata dalla storia è quella di Hana Brady, la protagonista del libro La valigia di Hana, con il quale la Levine affronta il tema della Shoah. “Si tratta di una storia vera che ho letto in un giornale locale – ha sottolineato la scrittrice e giornalista radiofonica della Cbc in una Sala Gialla, piena di adolescenti – ne ho tratto dapprima un documentario per la radio e poi un romanzo”.
Mi fa piacere che qui siano presenti molti ragazzi, perché questo libro è scritto soprattutto per loro” – ha commentato Elena Loewenthal nel presentare l’opera. La scrittrice di origine ebrea ha poi affermato con una punta di polemica: “A chi mi chiede perché noi ebrei parliamo spesso della Shoah rispondo perché questa tragedia appartiene a tutti tranne che a noi ebrei, è un dramma che risiede dentro l’animo di tutta Europa”. E di questa tragedia La valigia di Hana sa essere una testimonianza straziante, ma anche tenera e appassionata: “La valigia che risiede nel museo dell’Olocausto di Tokyo - ha messo in risalto Karen Levine – appartiene sì Hana, ma a tutto il popolo ebreo”. Così, quando Fumiko, direttrice del museo di Tokyo e personaggio di raccordo tra il presente e il passato nel libro, decide di mettersi sulle tracce della storia di questa valigia, restituisce la memoria e la dignità non solo a una bambina di 13 anni, ma anche alla sua famiglia e al suo popolo.
Di famiglia e di attaccamento alla propria terra ha parlato anche Noah, figlio di Mordecai Richler: ”Ringrazio il pubblico italiano per il successo che avete riservato in questi anni a mio padre. Lui amava molto l’Italia che è stata la meta della prima fuga d’amore con mia madre”. I ringraziamenti cedono subito spazio al ricordo della figura dell’autore de La versione di Barney visto con gli occhi del figlio: “Ma va là! Così rispondeva mio padre quando gli chiedevo di parlare del suo mestiere”. Un lavoro che esercitava al piano superiore della casa in cui vivevano mamma Richler e i suoi cinque figli: “Lavorava in solitudine e ci teneva alla lontana, ma questo non ha evitato che mi trasmettesse la passione per il suo lavoro e per la nostra terra, il Canada”.

Della Fiera, sabato 17 maggio 2003
   

LE PRESENZE DEI PRIMI DUE GIORNI DELLA FIERA 2003

Dalle 10.00 alle 23.00 di venerdì 16 maggio 2003 le presenze alla Fiera sono state 36.926 contro le 36.024 del secondo giorno della Fiera 2002, sempre di venerdì, con una crescita di 902 unità.
Il dato è ancora più significativo se si raffrontano i dati dei visitatori professionali della seconda giornata: ben 6.806 contro i 3.989 del secondo giorno dell’anno scorso.
I visitatori complessivi dei due primi giorni di Fiera sono stati 60.957.

Dalla Fiera, sabato 18 maggio 2002, ore 12.30
   

LO SPAZIO RAGAZZI DELLA FIERA VINCE IL PRESTIGIOSO PREMIO ANDERSEN

Lo Spazio Ragazzi della Fiera Internazionale del Libro di Torino ha vinto l’edizione 2003 del prestigioso Premio Andersenper l’alto livello qualitativo dell’azione condotta a favore della lettura dei giovani”. Il premio, istituito nel 1982 da Gualtiero Schiaffino, direttore della rivista Andersen, è il più importante riconoscimento italiano nell’ambito dell’editoria per ragazzi, e viene attribuito da una giuria composta dalla redazione della rivista e dallo staff della Libreria dei Ragazzi di Milano. Da quest’anno il Premio Andersen ha creato, accanto alle categorie tradizionali, una nuova sezione dedicata a Mostre e Fiere del Libro.
Creato nel 1997 per avvicinare i giovanissimi al piacere della lettura attraverso il gioco e il divertimento, lo Spazio Ragazzi della Fiera Internazionale del Libro in questi sei anni ha consolidato il suo ruolo attraverso molteplici iniziative (letture, laboratori, incontri con gli autori), tra cui il torneo di lettura on-line Libri in gioco”, riservato alle ultime classi delle elementari e alle medie. L’allestimento dello Spazio Ragazzi 2003, un variopinto prato fiorito, è stato realizzato con i materiali più disparati (carta, stoffa, gommapiuma, plastica…) da 148 classi di ogni età nel corso del laboratorio Il colore è la pelle del mondo coordinato dal Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli.
Il Premio attribuito allo Spazio Ragazzi assume quest’anno particolare rilievo perché la Fiera ha affidato la promozione dell’edizione 2003 proprio ai ragazzi, chiedendo loro di disegnare la campagna pubblicitaria, di parteciapre al lavoro dell’ufficio stampa e creando una redazione junior che pubblica e distribuisce in Fiera il “giornale dei ragazzi che leggono”.
La cerimonia di consegna del premio si svolgerà il 30 maggio 2003 a Sestri Levante, nell’Auditorium del Convento dell’Annunziata.

Dalla Fiera, Sabato 17 maggio 2003, ore 12.00
   

INTERNATIONAL BOOK FORUM: “A FRANCOFORTE SI ARRIVA CON I GIOCHI FATTI,QUI SI TRATTA SUL SERIO”

Segretezza più totale sui titoli in trattativa, gossip zero. Ma facce decisamente soddisfatte per il numero degli incontri e per la qualità degli interlocutori. Al suo secondo anno di vita, l’International Book Forum si conferma come una delle sezioni più vitali della Fiera Internazionale del Libro. Lo spazio business to business del Padiglione 1 per la contrattazione dei diritti editoriali ha realizzato nei primi due giorni di apertura della Fiera oltre 400 incontri.
Ad essi hanno partecipato più di 80 editori da tutta Europa (Portogallo, Spagna, Gran Bretagna, Francia, Germania e i sette Paesi dell’Est ospiti di quest’anno: Albania, Bulgaria, Croazia, Romania, Serbia, Repubblica Slovacca e Ungheria…) e sette importanti editori del Paese ospite, il Canada: Second Story Press, McClelland Stewart, Raincoast, Editions du Boréal, University of Alberta Press, House of Anansi e Guy St-Jean Éditeur. A trattare con loro, 82 editori italiani piccoli, medi e grandi.
Henrique Mota della casa portoghese Principia: «Alla Fiera di Torino si fanno molte trattative, poi si torna a casa propria, si riflette e si conclude. Ma rispetto a Francoforte, Torino ha un grosso vantaggio. Là i piccoli editori di fatto possono solo acquistare dalle grosse case. Qui abbiamo anche la possibilità di vendere loro i nostri diritti. E poi a Francoforte si decide tutto prima e si arriva in Fiera con i giochi già fatti solo per mettere la firma. A Torino invece si costruiscono davvero i rapporti e si gettano le basi per gli affari».
Ma anche i grandi promuovono l’Ibf di Torino. Emanuela Canali di Mondadori: «Certo, per noi Francoforte è una fiera importantissima. Ma Torino si sta affermando come un’altra importante occasione da sfruttare. Basti pensare che in un giorno e mezzo ho incontrato 20 interlocutori». Le fa eco Sevérine Semeria, responsabile per le Fiere all’estero di France Editions: «Rispetto a quattro anni fa ha visto a Torino una Fiera cresciuta sia in termini di contenuti sia in termini di possibilità di scambi professionali. Stiamo seriamente pensando ad una partecipazione diretta con un nostro stand l’anno prossimo». Anche un grandissimo dell’editoria internazionale come Flammarion ha scelto di venire a Torino anche senza un proprio stand ma richied preso una postazione all’Ibf, molta soddisfazione.
Il programma di incontri dell’International Book Forum è stato realizzato grazie al contributo economico dell’Ice, l’Istituto per il Commercio Estero, che ha messo a disposizione i propri uffici nel mondo per i contatti e si è fatto carico dei voli aerei degli editori stranieri.

Dalla Fiera, Sabato 17 maggio 2003, ore 12.00
   

Le notizie di Venerdì 16 maggio 2003

VEDI? LO DICE LA GARZANTINA!

Che mondo sarebbe senza la Garzantina? Scusate lo “scippo”, ma questo questo claim legato a un altro mitico prodotto del costume italiano è quanto mai indicato per esprimere la fedeltà e la simpatia che lega molti lettori alle piccola enciclopedia della Garzanti.
Un amore celebrato alla Fiera Internazionale del Libro di