| In collaborazione con la Fiera Internazionale del
Libro |
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FIERA INTERNAZIONALE
DEL LIBRO 2003: UN PRIMO BILANCIO
LE PRESENZE
Chiude con un bilancio tutto positivo la Fiera Internazionale
del Libro di Torino 2003. Commentano la presidente della
Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura Mercedes
Bresso e il segretario generale Rolando Picchioni:
“In un momento di crisi generale per il settore fieristico,
la manifestazione torinese non ha subito alcun calo
di interesse sia da parte del pubblico sia dei media,
e anzi ha rafforzato i già straordinari risultati dello
scorso anno”. Le cifre già lusinghiere del 2002
sono state superate. Nei primi quattro giorni della
Fiera 2003, le presenze sono state 170.015 contro
le 165.406 dei primi quattro giorni della scorsa
edizione, con un incremento di 4.609 unità. Alle
16.30 di lunedì 19 maggio i visitatori totali della
Fiera 2003 sono stati 193.781. La Fiera 2002
si è chiusa alle 23.00 con un totale di 198.685
presenze. In tutte le cinque giornate d’apertura, la
Fiera 2003 ha fatto inoltre registrare un forte incremento
fra i visitatori professionali (insegnanti, bibliotecari,
librai, scrittori e traduttori, grafici e illustratori,
editori non espositori, docenti e ricercatori universitari,
agenti e rappresentanti, distributori). I visitatori
professionali nei primi quattro giorni di Fiera 2003
sono stati complessivamente 24.185.
LA FIERA 2004: QUALCHE ANTICIPAZIONE
La prossima Fiera Internazionale del Libro sarà anticipata
di una settimana: si terrà da giovedì 6 maggio
a lunedì 10 maggio 2004. Paese ospite sarà la Grecia.
Terminato l’anno di presidenza di turno di Mercedes
Bresso, alla chiusura della Fiera 2003 il testimone
della Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura
passa al Sindaco di Torino Sergio Chiamparino,
che la guiderà fino alla conclusione della Fiera 2004.
“Visti gli incoraggianti risultati di quest’anno
– spiegano Bresso e Picchioni – verranno ulteriormente
potenziate le aree tematiche della Fiera, per sviluppare
sempre di più l’idea dei saloni di settore e specialmente
l’area rivolta al rapporto fra l’editoria e i media”.
LA SORPRESA CANADA
Così ha commentato a conclusione della manifestazione
Peter Mc Keller, Ministro consigliere all’ambasciata
a Roma del Canada, Paese ospite della Fiera 2003: “Fantastico,
eccezionale è stato l’interesse che hanno suscitato
la cultura e la letteratura canadese alla Fiera Internazionale
del Libro”. Esauriti molti titoli alla libreria
dello spazio canadese, che ha dovuto chiedere rinforzi
al magazzino per poter soddisfare tutte le richieste.
Gli autori canadesi più richiesti: Yann Martell con
la sua Vita di Pi, Karen Levine con La
valigia di Hanah e Calum il Rosso di Alistair
MacLeod.
I NUMERI DEI CONVEGNI
Il programma della Fiera 2003 ha visto tenersi 386
convegni e incontri, che hanno coinvolto fra autori,
esperti e moderatori ben 1.072 relatori: 143
convegni per 519 relatori sono stati ospitati
nelle quattro sale della Fiera (Azzurra, Blu, Gialla
e Rossa e Caffè Letterario); 177 convegni per
516 relatori nei due Spazi Autori e Spazio Giovani;
66 eventi per 37 relatori al Palalibro,
più gli spettacoli teatrali e musicali. Sono oltre 70.000
i visitatori della Fiera che hanno assistito a convegni
e incontri nelle sale e negli spazi autori. Un programma
per quasi 700 ore di appuntamenti.
I “tutto esaurito”
Tanti i sold out agli eventi in programma
alla Fiera 2003 Tutti esauriti gli spettacoli degli
autori comici: la banda Zelig (Michelle Hunziker,
Gino & Michele…), Claudio Bisio, Anna Maria “Sconsolata”
Barbera, Paolo Rossi, Luciana Littizzetto, sempre
oltre le 500 persone di capienza della Sala Gialla.
E pienone anche ai dibattiti sui problemi della giustizia
e dell’informazione con Michele Santoro, Lucia Annunziata
e Marco Travaglio e la lectio magistralis
sul Colore nell’arte di Vittorio Sgarbi. Ricordiamo
la capienza delle sale: Blu 250 spettatori; Rossa 320;
Azzurra 330; Gialla 500; Caffè Letterario 120; Autori
A 70; Autori B 70, Palalibro 200.
I BEST SELLER
Il mercato delle vendite ha fatto segnalare da
parte di quasi tutti gli editori una partenza lenta
nella giornata di giovedì e un recupero con crescita
costante nei giorni successivi. Il volume di vendite
si attesta all’incirca sull’ordine di grandezza della
Fiera 2002. Fra le 1.000 e le 5.000 copie
vendute negli stand dei grandi editori. Da Einaudi,
il più gettonato, grazie anche alla presenza dell’autore
in Fiera accanto ad Alessandro Baricco, è stato
Niccolò Ammaniti di Io non ho paura. Di
seguito Antonio Pascale, candidato al Premio
Strega. Soddisfazione da Mondadori per il boom dei libri
degli autori comici di Zelig. Molto bene anche la Luciana
Littizzetto de La principessa sul pisello
e il sindaco di Torino Sergio Chiamparino con
La città che parla. Da Rizzoli il più venduto
è stato Il signor Fiat di Enzo Biagi,
insieme a Il disco del mondo di Walter Veltroni,
al nuovo Sandro Baricco, Cityreading project
e Alain Elkann, Una lunga estate.
Da Sellerio tiene saldamente il comando Andrea Camilleri
con il suo ultimo libro, Il giro di boa. Da Feltrinelli
richiestissimo Erri de Luca con Il contrario
di uno, e bene Isabel Allende con Il mio
paese inventato. Da Marsilio trionfa Massimo
Fini, La ragione aveva torto. Da Laterza
Berlusconi e gli anticorpi di Paolo Sylos
Labini. Da Garzanti L’ultima ceretta di Anna
Berra. Allo Spazio Ragazzi il libro più richiesto
è stato Gli invisibili e il castello di Doom Rock,
di Giovanni Del Ponte, seguito da altri due titoli dello
stesso autore. Domina naturalmente tutti i piani della
classifica il mondo topesco di Geronimo Stilton.
I PICCOLI EDITORI
Degli oltre 100 nuovi editori in arrivo alla
Fiera 2003 sui 1.190 totali, la stragrande maggioranza
sono piccoli editori al loro debutto alla kermesse torinese.
Molto contenti LiberiLibri e Sylvestre Bonnard:
un avvio lento il primo giorno, pienamente recuperato
nei giorni successivi. Andrea Gessner di Nottetempo
di Roma: “Un’esperienza positiva per gli incontri e
gli scambi per editori. Ma i lettori spesso sono più
attratti dall’impatto mediatico degli stand dei grandi
editori piuttosto che incuriositi dalla produzione dei
piccoli”. Patrizia Traverso di Tormena di Genova:
“Un inatteso momento di comunicazione: ci aspettavamo
il pubblico dei librai e abbiamo incontrato l’abbraccio
del grande pubblico”. Blue Planet di Roma:
“Siamo soddisfatti per aver scelto di venire, anche
se va fatta crescere l’attenzione dei lettori per i
piccoli editori”. Il commento unanime: “Un risultato
superiore alle aspettative, ritorneremo sicuramente
il prossimo anno”.
INTERNATIONAL BOOK FORUM
Al suo secondo anno di vita, l’International Book
Forum si è confermato come una delle sezioni più
vitali della Fiera Internazionale del Libro. Lo spazio
business to business del Padiglione 1 per la
contrattazione dei diritti editoriali ha realizzato
durante la Fiera circa 720 incontri. Ad essi hanno partecipato
più di 80 editori da tutta Europa (Portogallo, Spagna,
Gran Bretagna, Francia, Germania e i sette Paesi
dell’Est ospiti di quest’anno: Albania, Bulgaria,
Croazia, Romania, Serbia, Repubblica Slovacca e Ungheria…)
e sette importanti editori del Paese ospite, il Canada:
Second Story Press, McClelland Stewart, Raincoast,
Editions du Boréal, University of Alberta Press, House
of Anansi e Guy St-Jean Éditeur. A trattare con
loro, 82 editori italiani piccoli, medi e grandi.
Il programma di incontri dell’International Book Forum
è stato realizzato grazie al contributo economico dell’Ice,
l’Istituto per il Commercio Estero, che ha messo a disposizione
i propri uffici nel mondo per i contatti e si è fatto
carico dei voli aerei degli editori stranieri. La peculiarità
che rende interessante per gli editori l’area b to b
della Fiera di Torino è sottolineata da Henrique Mota
della casa portoghese Principia: «Alla Fiera
di Torino si fanno molte trattative, poi si torna a
casa propria, si riflette e si conclude. Ma rispetto
a Francoforte, Torino ha un grosso vantaggio. Là i piccoli
editori di fatto possono solo acquistare dalle grosse
case. Qui abbiamo anche la possibilità di vendere loro
i nostri diritti. E poi a Francoforte si decide tutto
prima e si arriva in Fiera con i giochi già fatti solo
per mettere la firma. A Torino invece si costruiscono
davvero i rapporti e si gettano le basi per gli affari».
E Elisabeth Beyer di Actes Sud di Arles: “Alla
Fiera non ho incontrato solamente gli editori più noti
ma ho anche scoperto nuove case editrici”.
I LIBRI RUBATI
La solita soglia fisiologica di tutti gli anni nei furti
di libri dagli stand: circa il 4% va dagli scaffali
alle borse senza passare per la cassa. Vero record di
topi da libreria da Rizzoli: i responsabili parlano
di quasi un 20% di libri rubati. Autore più rubato:
Luciana Littizzetto.
Il SITO INTERNET DELLA FIERA
Anche il sito internet della Fiera www.fieralibro.it
ha battuto ogni record: dal 1° al 18 maggio 2003
ha fatto registrare 307.248 pagine sfogliate
contro le 65.566 dello stesso periodo del 2002.
365 GIORNI IN FIERA
Sono 300 i libri venduti mediante l’e-commerce
in Fiera allo spazio 365 Giorni in Fiera. Molta
la curiosità dei visitatori per lo stand di 365
Giorni in Fiera. Tra le spiegazioni del fenomeno
il fatto che i supporti tecnologici hanno raggiunto
buoni livelli di fruibilità e non hanno intimorito i
lettori affezionati al libro tradizionale. A disposizione
dei visitatori c’erano le penne ottiche, le nuove
tipologie di tastiera e i simulatori vocali per la lettura
ad alta voce. Le vetrine on line aperte dagli editori
sul sito di 365 Giorni in Fiera sono 70
e altre 50 sono in allestimento. Anche gli editori
sono rimasti colpiti dall’interesse suscitato da questo
nuovo strumento e altri 50 che non lo conoscevano
ripartono da Torino con l’intenzione di aprire una vetrina
per la loro casa editrice.
LA FIERA A TAVOLA
Come sempre, sono impressionanti i numeri sfornati dalla
macchina per sfamare i visitatori della Fiera Internazionale
del Libro. 11.000 hot dog e 30.000 panini
serviti nei 5 bar del Lingotto Fiere, 15.000
i pasti serviti nei ristoranti. Sono 40.000 le
bibite prosciugate e 14.000 i tranci di pizza divorati.
Per mandare giù il tutto, ci sono voluti 40.000
caffè.
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Le
notizie di Lunedì 19 maggio 2003
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MARIO RIGONI
STERN, TRA MEMORIA E NATURA
E’ stato emozionante farsi guidare da un grande
esperto come Mario Rigoni Stern, quest’estate, alla
scoperta dei boschi dell’altopiano di Asiago” :
così Eraldo Affinati, che sta curando l’edizione
completa delle sue opere per Mondadori, ha introdotto
l’autore di “Il sergente nella neve”. La conversazione
con Rigoni Stern è partita dal suo libro “L’ultima
partita a carte”, uscito di recente da Einaudi, con
cui l’autore ha affermato di volersi rivolgere “ai
ragazzi e ai giovani che non sanno cosa è successo davvero
nel Novecento, e in particolare durante la Seconda Guerra
Mondiale”.
La partita a carte del titolo è stata giocata il 25
luglio 1942, “la sera prima della mia partenza per la
Russia”, in un’osteria poco lontana dal Lingotto,
“dove tutte le sere andavo a bere un bicchiere con
i miei compagni della caserma e con un mio zio che si
era trasferito a Torino e lavorava alla Fiat. Ci avevano
fatto credere che sarebbe stata un passeggiata e che
saremmo tornati presto, ma mio zio mi guardò e mi disse:
ti auguro solo di tornare. Io sono tornato, ma la maggior
parte di quelli che partirono con me non ha avuto la
stessa fortuna”. Il libro però non tratta della
disastrosa campagna di Russia, raccontata nel celebre
“Il sergente nella neve”, bensì dei fatti successivi
all’armistizio dell’8 settembre 2003, quando Rigoni
Stern fu imprigionato dai tedeschi e costretto,
con molti altri prigionieri italiani e russi, a lavorare
alla costruzione di una ferrovia tra la Polonia e la
Lituania: “in quei durissimi mesi, l’unica speranza
mi veniva dalla natura, che nonostante tutto continuava
come sempre a rinascere”.
Tornato a casa, Rigoni Stern ha vissuto un dramma
analogo a quello raccontato da Primo Levi in “La tregua”:
“Nessuno voleva credere alle cose terribili che avevo
vissuto, nemmeno i miei genitori e i miei fratelli:
finita la guerra, tutti avevano voglia di dimenticare,
di divertirsi. Io non ce la facevo: solo dopo molti
mesi, camminando nella quiete dei miei boschi, ho ritrovato
poco a poco la gioia di vivere ”. Interrotto più volte
dagli applausi del numeroso pubblico presente, tra cui
anche molti ragazzi, lo scrittore si è schermito (“non
applaudite, prendete le mie parole come i ricordi di
un vecchio”), con l’unico risultato di essere applaudito
ancora di più. “Ho scritto questo libro perché i
ragazzi imparino a dire no” ha concluso, “a non
cedere alle menzogne e alle lusinghe… io mi sono arruolato
a diciassette anni perché a scuola mi avevano insegnato
solo a credere, obbedire e combattere: l’esperienza
della guerra mi ha insegnato che invece a volte bisogna
avere il coraggio di disobbedire”.
Dopo questi dolorosi ricordi, lo scrittore si è illuminato
quando Affinati lo ha invitato a parlare del
suo rapporto con la natura, e con il bosco in particolare:
“Il bosco è un organismo vivo, i suoi colori mutano
continuamente con il cambiare delle stagioni… camminando
in mezzo agli alberi ci si rende conto della forza della
natura: bisogna però averne cura”. E parlando della
vita in città ha aggiunto: “Le città sono fondamentali,
qui si produce, si diffonde la cultura… questa fiera,
ad esempio, è meravigliosa: mi ha fatto sentire come
quando da piccolo guardavo le vetrine delle pasticcerie,
avrei voluto comprare tutto… tutto questo però ha un
costo: l’inquinamento, lo stress… ma vi rendete conto
di come vivete male?!” Rigoni Stern però ha concluso
stemperando il suo pessimismo: “Sicuramente è il
caso di fare un passo indietro… però sono fiducioso,
l’ambiente e gli animali riescono ad adattarsi ai cambiamenti,
e l’uomo è il più adattabile di tutti gli animali”.
Sala Gialla, lunedì 19 maggio 2003
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TV BELLA O BRUTTA?
LUCIA ANNUNZIATA: “C’E’ SOLO LA TV FATTA BENE O MALE”
“Sembra strano, ma nella Rai di Bernabei che
non aveva concorrenti sembrava esserci più pluralismo
di oggi, bisogna, quindi, chiederci perché” getta
subito il sasso nello stagno Marcello Sorgi,
direttore de La Stampa, commentando il libro intervista
di Gabriele La Porta ad Ettore Bernabei,
intitolato Tv qualità. Terra promessa.
La presentazione del libro è stata l’occasione per parlare
del passato, del presente e del futuro della televisione
pubblica in una Sala Blu gremita di pubblico.
Prima del convegno, i presidenti della Regione Piemonte
Enzo Ghigo, della Provincia di Torino Mercedes
Bresso e il sindaco di Torino Sergio Chiamparino
hanno incontrato la presidente Rai in un fuori programma
a margine dei lavori del World Political Forum
nelle sale di Lingotto Congressi. Oggetto, il futuro
della Sede Rai di Torino, per il quale è stato costituito
un apposito gruppo di lavoro. Nell’incontro, Annunziata
ha assicurato che il problema verrà affrontato il prossimo
30 maggio in una riunione con i vertici piemontesi a
Roma, anche se – ha ribadito - “il direttore e il
consiglio d’amministrazione hanno soltanto poteri generali
d’indirizzo e non possono entrare nel merito della programmazione,
che è prerogativa della direzione aziendale”.
Poi l’incontro in Sala Blu. Lucia Annunziata
sul palco accanto a Sorgi, La Porta e
al mitico direttore generale della Rai anni ’60 e ’70.
Il presidente si prepara a rispondere alla provocazione
di Sorgi, ed ecco il piccolo “giallo” che sconvolge
la sala: il microfono si spegne. Brusio in sala dove
gira qualche battuta del tipo: “Tutta colpa dei comunisti”.
A rassicurare ci prova Gabriele La Porta: “La
televisione è immagine, quindi, a che servono le parole?”.
Per fortuna la situazione si ristabilisce ed ecco Annunziata
prendere il microfono: “Sono d’accordo con Sorgi,
oggi sembra esserci meno pluralismo di una volta, ma
la colpa non è tutta del conflitto di interessi che
pure ha le sue forti responsabilità”. Dito puntato,
quindi, sul rapporto della politica, tutta la politica,
di destra e di sinistra, con la televisione: “Ai
tempi di Bernabei la politica si interessava di comunicazione,
ma ha sempre tenuto le giuste distanze, senza interferire
più di tanto.” Altri tempi, altra classe politica
con un diverso senso dello Stato e delle istituzioni?
Su questo punto il presidente Rai è lapidaria: “Io
non parlo di politica, faccio televisione, posso solo
dire che alcuni atteggiamenti della Casa della Libertà
si ritrovavano anche ai tempi dell’Ulivo al governo.”
Via, quindi, le ali protettive della politica sulla
televisione, ammonisce Lucia Annunziata: “Non
esiste la bella o la brutta televisione, esiste la televisione
fatta bene o fatta male; un impegno, una sfida che si
rinnova ogni giorno. Servono le regole, ma ogni giornalista
– sia che si chiami Socci o Santoro – ha il diritto
di sbagliare”. Lo sguardo torna alla Rai di Bernabei:
“Una televisione che ha formato le coscienze degli
italiani, che non era per niente grigia e uniforme”,
come ha sottolineato La Porta. La parola passa
allo stesso Bernabei: “Anch’io ho avuto le
mie pressioni e gli inviti ad andarmene, senza pensare
agli incidenti diplomatici con la Santa Sede per qualche
ballerina scollacciata”. Il vecchio direttore ha
incoraggiato ad andare avanti: “Oggi in Rai ci sono
giornalisti più qualificati che in passato, pensate
agli inviati nella guerra in Iraq”. Una televisione
più professionale per un pubblico molto cambiato: “Più
di dodici milioni hanno assistito alla lettura di Benigni
del XXXIII canto del Paradiso, senza pensare al successo
di fiction come ‘Perlasca’ o ‘Giovanni XXIII’”.
“Certo – ha proseguito Bernabei – i
programmi potrebbero durare di meno e così alcune trasmissioni
potrebbero essere seguite in orari meno notturni”.
Una richiesta rimandata cortesemente al mittente da
Annunziata: “Oggi più di tre milioni seguono
la televisione di notte e trecentomila sono i bambini.
I tempi del lavoro e della famiglia sono cambiati e,
quindi, anche quelli della tv”. Niente da fare,
la tv di Rin tin tin e Canzonissima è proprio un ricordo.
Sala Blu, lunedì 19 maggio 2003, ore 12.00
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COSI’ PARLO’
ENRICO BRIZZI. UN DECALOGO PER LA VITA E LA SCRITTURA
Il popolo giovane si è stretto attorno a
Enrico Brizzi, l’autore di “Jack Frusciante
è uscito dal gruppo” che torna in edicola con “Razorama”,
primo libro pubblicato da Mondadori. Tutti giovani
i presenti, tutti tesi a raccogliere l’insegnamento
del “maestro”, quasi che la sala azzurra fosse il banchetto
di Canaan. E non poteva esserci pubblico migliore.
Lo si capisce alla prima battuta dell’autore su Silvio
Berlusconi: “Sono uno scrittore. Non sono
mica un piazzista o un politico. Oppure le due cose
insieme”. Nessun applauso, nessun boato di consenso.
La politica qua non c’entra. Qui si cerca la via giusta
per il cammino che attende tutta una generazione. Il
libro prima di tutto: “E’ il frutto di due viaggi
in Madagascar – spiega Brizzi – Non
ho badato tanto ai lemuri o alle farfalle. Mi ha colpito
il modo di essere della sua gente e di sentirsi un tutto
con gli altri e la natura che li circonda. Ho trovato
una fede nell’esistente, una fedeltà al mondo che in
occidente non c’è. Da ragazzi mastichiamo insoddisfazione
e cinismo. E’ questo che apre le porte al peggio. Certo
pensiero ha voluto dividere ciò che in natura è un unità
e questo ci ha fatto imboccare un’autostrada per l’inferno”.
Che fare? “Sono tre le cose in cui credere: Fides,
fede, Fidelitas, fratellanza verso la nostra
gente, e Fortitudo, forza. E’ finito il tempo
delle pose, il tempo del guardarsi da fuori”. La
scrittura non è esclusa: “Scrivere vuol dire ringraziare
il cielo. Deve essere un baluardo contro
questo modo distorto d’intendere la nostra esistenza.
Mi dispiace per l’infelicità di tanti scrittori, magari
bravi, come Paul Auster. Anche un libro è un
tutto. Diffidate da quelli che nascono come un progetto.
Lo scrittore riceve la visita di una storia degna di
essere raccontata”.
E poi ancora: “C’è un modo di scrivere per il
meglio, per il bene. Vuol dire scrivere cose autentiche,
cose che si sono sperimentate. Il resto è solo girare
su stessi”. Brizzi non si ferma: “Bisogna
guardarsi dalle scorciatoie, quelle del cinema ad esempio.
Dobbiamo essere fieri e sentirci in prima linea. Anche
se vuol dire essere soli. Io sono ottimista perché capito
questo non si può più sbagliare. Resta la fatica della
salita”. Il popolo giovane applaude e fa la fila
per l’autografo.
Sala Azzurra, lunedì 19 maggio 2003, ore 11.00
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I Colori raccontano
“La Fiera promossa dai ragazzi”
Questo comunicato è stato scritto dai ragazzi
dell’Ufficio Stampa Junior della Fiera
Si chiude la tavolozza di colori alla Fiera del Libro
di Torino Parole, numeri, dati dell’edizione 2003
Si è conclusa la Fiera Internazionale del Libro di Torino
con un bilancio nell’insieme molto positivo. Alcune
domande sull’esito della fiera a Ernesto Ferrero,
direttore editoriale:
- Le è piaciuta questa fiera?
“La fiera quest’anno l’ho trovata molto bella, colorata,
i visitatori sono stati molto attenti, è stato un bellissimo
pubblico”.
- E lo Spazio Ragazzi?
“E’ il fiore all’occhiello della fiera che la rende
unica al mondo”.
- Ci sono stati più visitatori quest’anno o l’anno
scorso?
“Credo proprio quest’anno”.
- E’ la prima volta che fa il direttore editoriale
per la Fiera del libro?
“No, questo è il quinto anno consecutivo, ogni anno
mi stanco sempre di più, ma sono sempre più felice”.
- Come si organizza una fiera?
“Una fiera è fatta di tante cose, bisogna tenere
i contatti con gli editori, decidere quanto grande vogliono
lo stand, dove vogliono metterlo. Questa è la parte
visiva, per la parte degli incontri mi costruisco una
griglia di incontri”.
- Con quale criterio si scelgono gli ospiti della
fiera ?
“Cerco di invitare i personaggi più amati dai lettori”.
- Come fa a riconoscere un bel libro?
“Ci sono molti sistemi, il primo campanello d’allarme
è non riuscire a staccarsi dal libro, il secondo è quando
si cambia il modo di vedere il mondo”.
- Qual è il suo genere letterario preferito?
“Mi piacciono i romanzi storici, ne ho scritti due.
Il più famoso è ‘N.’, uscito nel 2000, vincitore del
Premio Strega”.
- Per chi preferisce scrivere, adulti o ragazzi?
“Non faccio differenze tra adulti e ragazzi, d'altronde
‘I viaggi di Gulliver’ è stato scritto per adulti ma
letto da bambini, ‘Harry Potter’, scritto per bambini
e letto da adulti”.
- Sta scrivendo qualche libro?
“Da sei mesi a questa parte ho interrotto la scrittura
di un libro che racconta la vita quotidiana nella casa
editrice Einaudi di anni fa”.
Gli editori in fiera
Soddisfatti anche i rappresentanti delle case editrici
che con i loro libri hanno allestito per 5 giorni il
Lingotto di Torino. Il giorno che ha registrato più
affluenza è stato sabato 17 maggio.
| Dati e Numeri |
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| Feltrinelli |
49.000 Euro l’incasso totale
Libro più venduto: ‘Il mio paese inventato’ di Isabel
Allende |
Garzanti
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Libro più venduto: ‘L’ultima Ceretta’ di Anna Berra |
| Giunti |
3.000 libri venduti
Libro più venduto: ‘Art dossier’ |
| Einaudi |
Libro più venduto: ‘Io non ho paura’ di Niccolò
Ammaniti |
| Laterza |
Libro più venduto: ‘Berlusconi e gli anticorpi’
di Paolo Sylos Labini
2000 libri venduti |
| De Agostini |
Libro più venduto: ‘Atlante geografico’ |
| Mondadori |
Libro più venduto: ‘Io uccido’ di Giorgio Faletti |
| Fazi |
Libro più venduto: ‘La fine di Harold’ di J.T. Leroy
1000 libri venduti |
| Rizzoli |
Libro più venduto: ‘La lunga estate’ di Alain Elkann
5000 libri venduti |
Lo Spazio Ragazzi
Particolare successo ha riscosso quest’anno lo Spazio
dedicato ai ragazzi. Anna Parola e Maria
e Giulia Brizo, le responsabili e in parte le
ideatrici di tutte le iniziative promosse dalla fiera,
ci hanno raccontato la loro esperienza. “Ci riteniamo
molto soddisfatte – interviene Anna - per aver
creato una sinergie di forze unite nella promozione
della lettura. Quest’anno inoltre abbiamo ricevuto Il
Premio per la letteratura Andersen di cui andiamo molto
fiere”.
Adotta uno scrittore è stato uno dei progetti
organizzati dal settore scuola. Nel corso dell’anno
scolastico alcuni scrittori sono andati a trovare gli
studenti di un Istituto superiore del Piemonte. I ragazzi
hanno letto le loro opere e gli autori si sono messi
nei panni degli insegnanti. Hanno partecipato: Alessandro
Barbero, Giorgio Calcagno, Giuseppe Culicchia,
Bruno Gambarotta, Paola Mastrocola, Younis
Tawfik e Dario Voltolini. Alcune domande
agli scrittori adottati:
Per Alessandro Berbero:
- Questa esperienza le ha cambiato il modo di vedere
i giovani di oggi?
“Ti dirò, è stata un’esperienza bellissima che rifarei
di sicuro, ho accentuato il mio parere positivo sui
giovani, sulla loro forza, sulle loro idee”.
Per Paola Mastrocola:
- Preferisce fare più l’insegnante o la scrittrice?
“Ho vissuto in questa esperienza il dramma dello
sdoppiamento di personalità in quanto sono sia scrittrice
che insegnante, per una volta ho potuto insegnare qualcosa
senza poi dare voti, ora credo che farò meno l’insegnante
con loro e un po’ più amica”.
Dalla Fiera, lunedì 19 maggio 2003
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LE PRESENZE DI DOMENICA
18 MAGGIO 2003
Crescono ancora i visitatori nel quarto giorno della
Fiera 2003. Dalle 10.00 alle 23.00 di domenica 18
maggio 2003 i visitatori della Fiera Internazionale
del Libro sono stati 53.831, contro i 53.043
del quarto giorno della Fiera 2002, sempre di domenica.
Una crescita di 788 unità. Sommati a quelli dei
tre giorni precedenti, i visitatori totali dei primi
quattro giorni della Fiera 2003 ammontano dunque a 170.015
contro i 165.406 dei primi quattro giorni della
scorsa edizione, per un incremento di 4.609 presenze.
Anche nella giornata di domenica la Fiera 2003 ha fatto
registrare un forte incremento fra i visitatori professionali:
domenica 18 maggio 2003 sono stati 6.327, contro
i 3.503 di domenica 19 maggio 2002. I visitatori
professionali nei primi quattro giorni di Fiera 2003
sono stati complessivamente 24.185.
Dalla Fiera, lunedì 19 maggio 2003
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Le
notizie di Domenica 18 maggio 2003
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FRANCOFONI, TECNOLOGICI,
RAZIONALI: ALTRI CANADESI ALLA FIERA DEL LIBRO
Continuano alla Fiera Internazionale del Libro gli
incontri dedicati al Canada. Al Caffè Letterario,
Giovanna Zucconi ha presentato domenica l’incontro
tra Carole Fioramore-David, unica autrice francofona
tra gli ospiti canadesi della Fiera, e la scrittrice
e sceneggiatrice Francesca Marciano, secondo
la consueta formula dell’accostamento tra un autore
canadese e uno italiano in base ai parallelismi fra
le rispettive opere. In questo caso, c’è anche un “parallelismo
inverso” tra le biografie delle due scrittrici: come
rivela il doppio cognome, la madre di Carole Fioramore-David
è infatti figlia di emigrati italiani, mentre Francesca
Marciano ha vissuto molti anni a New York. “Mi
sento italiana, anche se lo sono solo per parte di madre
- ha detto David - e pubblicare il mio libro
in Italia è stata per me una grande emozione, oltre
che una sorta di riscatto verso i miei nonni che hanno
vissuto le difficoltà dell’immigrazione”.
Impala uscito in Canada nel 1994 e da poco pubblicato
in Italia (“l’impala”, ha spiegato Carole
David, “è un animale selvaggio simile all’antilope,
e allude al carattere ribelle della madre della protagonista,
ma è anche il nome di una macchina americana, simbolo
del riscatto sociale degli immigrati italiani di seconda
generazione”) e Casa Rossa di Marciano (in
cui i la storia privata di una famiglia si intreccia
con la storia dell’Italia degli ultimi cinquant’anni,
attraverso tre generazioni di donne) ruotano infatti
entrambi intorno tema di una memoria familiare dolorosa
ripercorsa a ritroso dalla protagonista. Come ha sottolineato
Giovanna Zucconi, “c’è una sorta di passaggio
del testimone della tragedia, che avviene per via femminile,
di madre in figlia”. Un altro elemento comune tra
le due storie è il dramma di chi ha una persona cara
rinchiusa in carcere (la sorella della protagonista
di Casa Rossa, ex terrorista negli anni di piombo,
e la madre della protagonista di “Impala”), anche se
per David “il carcere è essenzialmente una metafora
per parlare di isolamento e incomunicabilità”. Giovanna
Zucconi ha interrogato le due autrici anche sui
rapporti tra Canada e Stati Uniti: per David, che negli
anni Settanta ha militato per l’adozione del francese
come lingua ufficiale del Québec, il problema di differenziarsi
dalla cultura statunitense è più forte per i canadesi
anglofoni: “la lingua ha consentito al Quebec di
mantenere una forte identità culturale, anche in campo
letterario”. Per Marciano, che ha lavorato
come sceneggiatrice cinematografica a Toronto, la caratteristica
più forte che differenzia il Canada dagli Stati Uniti
è “la totale mancanza di ossessioni per la formalità,
che porta a una società più fiduciosa e meno violenta
di quella statunitense, come ha mostrato anche Michael
Moore nel documentario ‘Bowling a Colombine”.
Nel secondo incontro canadese della giornata il filosofo
e studioso di estetica Stefano Zecchi ha discusso con
John Ralston Saul del suo saggio filosofico I
bastardi di Voltaire (l’unico volume tradotto in italiano
della Trilogie Field). Ralston Saul, che nel corso del
suo intervento ha disinvoltamente alternato inglese
e francese, ha criticato le rigide suddivisioni disciplinari
tipiche del pensiero occidentale, quella che chiama
“la dittatura della ragione, un’eredità che risale
alla Grecia Classica: tutte le ideologie hanno la pretesa
di essere razionali, in realtà sono la negazione stessa
della ragione, in nome della quale spesso si sacrifica
l’etica: agire eticamente ed agire razionalmente sembrano
due dimensioni inconciliabili… l’etica è per gli eroi”.
Il progresso, secondo Ralston Saul, ha portato
ad una eccessiva specializzazione: “Oggi c’è una forte
discrepanza tra la conoscenza diffusa nella nostra società
e la reale comprensione di questa conoscenza”.
Derrick De Kerckhove, studioso dei media e di
nuove tecnologie ed erede intellettuale di Marshall
Mc Luhan – l’inventore del fortunato concetto-immagine
di “villaggio globale” - ha ribadito il suo ottimismo
tecnologico: “Quando siamo in rete abbiamo il mondo
in mano. Internet è la più democratica delle tecnologie,
e questo processo è destinato ad ampliarsi grazie alle
innovazioni: se non tutti possiedono un computer, quasi
tutti possiedono un cellulare, e presto sarà possibile
utilizzarlo per collegarsi alla rete”. Alle obiezioni
di Giorgio De Rienzo sulla caoticità e la dispersività
di Internet, De Kerckhove ha risposto che è meglio
il caos del rischio, del resto già esistente, di un
“fascismo elettronico” quale costituirebbe l’esistenza
di un organismo incaricato di “mettere ordine” nella
rete. Le nuove tecnologie comunque non faranno scomparire
le vecchie: “la televisione” secondo De Kerckhove
”continuerà ad essere l’unico vero medium di massa
(che non significa democratico), così come continuerà
ad esistere il libro, perché è l’unico medium che consente
il controllo totale sulla parola scritta, sia da parte
dell’autore che da parte del lettore”.
L’opera di Alistair McLeod, l’ultimo degli autori
canadesi della giornata, è invece profondamente legata
alla sua terra d’origine, la Nova Scotia (sulla costa
orientale del Canada), colonia fondata alla fine del
Settecento da immigrati scozzesi, da cui lui stesso
discende, e che McLeod nei suoi romanzi “trasforma
in un luogo mitico paragonabile alla Macondo di Garcìa
Marquez e ai desolati paesaggi assolati di Faulkner”,
ha detto Dario Voltolini nel presentare lo scrittore.
A proposito del suo racconto Visione, di cui
Fabrizio Odetto ha letto alcuni brani, McLeod ha affermato:
“parla di persone cieche da uno o da entrambi gli
occhi, di persone che vedono il futuro, di visionari”
e, in definitiva “di persone che hanno le cose davanti
agli occhi ma sono troppo stupide per capire cosa vedono”.
Dalla Fiera, domenica 18 maggio 2003
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ROSSO TIZIANO:
VITTORIO SGARBI INSEGNA IL COLORE
"Chiedere al critico di parlare del colore nell'arte
significa ridurlo al silenzio. La pittura è colore e
altro non c'è da dire. Nella ricerca di un pertugio
(e affrontare il tema che la Fiera del Libro ha affidato
a Vittorio Sgarbi per la lectio magistralis
Il colore nell'arte tenuta domenica 19)
si può dire che il colore ha una patria, un luogo,
una identità: Venezia".
Se l'opera di Piero della Francesca è - secondo
la definizione di Roberto Longhi - sintesi prospettica
di forma e colore, la più mirabile compenetrazione tra
i due mondi raggiunta a quel momento; se la pittura
toscana poggia sulla terra e sulla equivalenza 'disegno
è confine per il colore' e dunque 'colore è ciò che
riempie il disegno', la Venezia del '500 è sensualità,
oriente, indeterminazione della forma, civiltà del colore
che trova la espressione massima nell'impulso primario
di Tiziano: "Tiziano – spiega Sgarbi -
libera il colore dal disegno, dipinge con le mani
con un ardimento tale da anticipare tutto ciò che è
venuto poi… " La voce del critico si affievolisce
- la causa è un mal di gola - via via che le parole
diventano sempre più forti per descrivere l’arte del
Tiziano rivoluzionario. Il rivoluzionario del '500,
secondo la tesi - più volte esposta da Sgarbi - che
vuole entro il primo decennio di ogni secolo la comparsa
di un artista che traccerà la via dei cento anni seguenti,
quello che "ripropone la visione del mondo": "Una
tale forza può venire solo da un uomo che sta morendo,
la tela si trasforma in una sindone, una deflagrazione
di colore, sangue che scorre, un fiotto di sangue senza
fine…". Fiammeggia tra il pubblico quel rosso, è
lì, irradia calore. Quel rosso nato da una "condizione
propizia", come viene definita dal critico Venezia,
una terra senza terra, caratterizzata dalla asimmetria,
dall'acqua, dalle nebbie. L'opposto della razionale
terra toscana, patria del disegno, accostata
alla ragione, opposta al colore, che è
l'anima. "Tiziano scatena il colore da ogni
confine del disegno, il colore è protagonista assoluto,
scavalca, travolge, brucia la forma. La sua pittura
ci coinvolge fino a portarci all'inferno. Non c’è pittore
che rappresenti meglio il Giudizio Universale di Tiziano,
che non l’ha dipinto. Tiziano tenta di vincere la morte
scendendo all'inferno, impastandosi nel colore fino
a trasmettere tutta la sensibilità, fino a costruire
la forma con le mani".
E' Van Gogh, scondo Sgarbi, il 'continuatore'
di Tiziano: "Van Gogh è tutto e soltanto colore,
un San Bartolomeo scuoiato, ciò che si toglie di dosso
diventa tela". Scaricare tutta l'energia del colore
sulla tela: questo il passo che compie la pittura del
'900, tenderla al massimo, quella tela. Dopo di che
la sola cosa fattibile è tagliarla, come a dire: non
posso far di più, posso solo tagliare. Accade con Mario
Schifano ed è quella la fine della pittura, almeno
di quella su tela. La chiusa è dedicata a Lorenzo
Lotto che nella Venezia di Tiziano, il più grande,
fu destinato a muoversi ai margini: "Nel parlare
di Tiziano e di quell'epoca voglio ricordare Lotto,
che colse una parte a Tiziano preclusa. La parte dell'umanità
emarginata, cui l'urgenza del colore è subordinata.
Lotto dipinge il tormento, l'insuccesso, l'insoddisfazione,
l'inquietudine. Così trova una via di fuga in una struttura
grafica che Tiziano rifugge".
Sala Gialla, domenica 18 maggio 2003, ore 18.30
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LA VIOLENZA DELL'AMERICA
RINNOVA LE IDEE, GIANNI RIOTTA NE E' CONVINTO
Riflettori puntati sull’America anche alla Fiera
del Libro di Torino grazie a Gianni Riotta, editorialista
del Corriere della Sera che vive a New York . Gianni
Riotta, davanti a più di cinquecento persone, esamina
la parola violenza, la trasformazione degli Stati Uniti
dopo l’11 settembre e poi parla della sua paura verso
questo “Gigante” paese. In un susseguirsi di aneddoti,
punta il dito verso l’antiamericanismo affermando che
negli ultimi anni, è diventato un’ideologia. “Associamo
spesso la parola violenza all’America – esordisce
Gianni Riotta - è vero, questo paese è violento.
Considera la guerra uno strumento di politica internazionale.
La violenza, tiene il paese sotto tiro ma, in maniera
energica, svolge una funzione di rinnovamento delle
idee”. Dito puntato sulla Destra Repubblicana. “E’
una vera minaccia –continua Riotta – diffonde
l’odio tra la popolazione, vuole dichiarare la lingua
inglese, lingua universale perché lo spagnolo sta prendendo
sempre più campo. Oggi, in California, i bianchi sono
in minoranza. Non dobbiamo aver paura della colonizzazione
linguistica”. Di cosa altro ha paura Gianni Riotta,
che monopolizza l’attenzione del pubblico per circa
due ore? Di una classe dirigente rampante, tutta protesa
al guadagno, del divario economico verso la classe operaia
che diventa sempre più forte, del dilagare della cultura
della velocità…. Gianni Riotta racconta l’America
dall’America e lo fa ricordando anche come si vive dopo
l’11 settembre. “C’è una vera e propria curiosità
verso l’Europa, atteggiamento che mi stupisce molto,
non me lo aspettavo”. Uno sguardo anche all’Italia,
soprattutto al rapporto fra stampa e potere. “ Sono
molto preoccupato, non sono assolutamente d’accordo
del clima che si è instaurato da qualche tempo. Il Presidente
del Consiglio non può essere il padrone di case editrici,
di televisioni, di giornali.” Sul Presidente degli Stati
Uniti, Riotta ha una certezza: “A Capodanno del 2008
va a casa”.
Sala Azzurra, domenica 18 maggio, ore 17.00
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ENZO BIANCHI E BARBARA
SPINELLI: RIGORE INTELLETTUALE E CULTURA DELLA CONVIVENZA
Immigrazione, emigrazione, permesso di soggiorno,
clandestino, legge sì, legge no. In quest’epoca di grande
voyeurismo mediatico e di confusione sul tema del contatto
tra culture diverse, è il momento di fare un po’ di
ordine, di chiarezza. Ci hanno provato due grandi firme
de La Stampa – Enzo Bianchi e Barbara
Spinelli - con il rigore intellettuale che li contraddistingue.
Su un tema così caldo come Lo Straniero – questo il
titolo dell’incontro in programma in Sala Rossa – sarebbe
stato facile strappare applausi e suscitare entusiasmi:
ma questo è il compito di opinion leader televisivi
dell’ultima ora. Qui alla Fiera si è dato spazio alla
riflessione, all’analisi di autentico spessore. Un’analisi
che parte da lontano: “Non è un caso che la parola
straniero derivi dall’indeuropeo ‘host’ che identifica
sia l’ospite, ma anche il nemico”. Ed, infatti,
la nostra civiltà secondo Bianchi vede predominare
sempre uno dei due significati. La cultura della convivenza,
però, è possibile: anzi, è scritta nel Dna nella nostra
civiltà. “In antichità nel Querceto di Mamrè cristiani,
pagani, ebrei ed arabi si incontravano per celebrare
le loro feste religiose ed io stesso negli anni ’60
ho partecipato in Kosovo alla festa di Abramo che vedeva
riuniti in un clima di xenofilia cristiano ortodossi
e musulmani”. Guarire dal morbo della xenofobia
si può. Il vaccino esiste, a patto che non lo si ricerchi
nell’”adversus hostem aeterna autoritas” dei Romani.
Questo il monito di Barbara Spinelli, per la
prima volta alla Fiera del Libro. “Fare guerra allo
straniero gli conferisce lo statuto di belligerante
e questo è una via che porta tutto da un’altra parte
rispetto alla convivenza”. Sotto quest’aspetto l’11
settembre e tutto quello che è venuto dopo rappresenta
secondo Spinelli un vero e proprio fallimento. La cultura
della convivenza esige ben altro, che l’editorialista
de La Stampa ha illustrato attraverso una puntigliosa
disamina del pensiero occidentale su questo argomento:
da Cicerone a Plutarco, da Levinas
a Moses. Un’analisi puntuale e severa per arrivare
alla conclusione che c’è bisogno dello straniero per
ridefinire se stessi e da questo rapporto nasce la conoscenza,
primo passo verso uno sviluppo culturale, legislativo,
politico. Nella polis c’è bisogno di tutti, in un rapporto
che metta, naturalmente, la legge in posizione di primo
piano: un invito di grande impegno e passione intellettuale.
Anche se il mondo sembra andare da un’altra parte.
Sala Gialla, domenica 18 maggio 2003, ore 17,00
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ROSSO RELATIVO
Il nero, il bianco, il blu e il porpora sono stati
al centro del convegno Quattro lezioni sui colori
che ne ha indagato il significato, l’esistenza, il relativismo
e le valenze simboliche.
Ad introdurci in questa indagine è stato Gino Ruozzi,
italianista dell’Università di Bologna, la cui lezione
si è concentrata sul nero ed in particolare sul nero
metaforico in arte e letteratura. Dall’ultima fase delle
Pinturas Negras di Goya, intorno al 1820, al
nero pastoso dell’impressionista Manet, dal nero ferito
e carcerario di Bacon ai cicli di neri sovrapposti di
Burri: questo colore si carica di significati che travalicano
naturalmente il piano puramente linguistico ed espressivo.
Lo stesso accade in letteratura, con un uso del nero
discontinuo eppure persistente: nel gotico di Poe e
Radcliffe, nel romanticismo, nella scapigliatura di
Boito e Tarchetti, nei romanzi noir anni ’30.
“I colori sono innanzitutto un dato esistenziale
fortemente influenzato dalla persona. Ognuno di noi
crea con loro un particolare rapporto, un’affettività”.
Con questo accenno al relativismo culturale e sociale
del colore il francesista Alberto Castoldi introduce
all’analisi del bianco, cui ha dedicato un intero volume:
“Un colore che ha una gamma di potenzialità più vasta
degli altri perché mentre da un lato esalta la vita
e la divinità, dall’altro è vicino alla morte e agli
inferi”. Una chiave di lettura insolita porta Castoldi
ad associare il bianco all’annullamento di sé, alla
sublimazione, all’impossibilità di rappresentazione,
al fallimento personale. Il simbolismo più incisivo
lo ritrova nel celebre romanzo di Melville “Moby Dick”,
dove il bianco è il vero protagonista ed il naufragio
è la metafora dell’incapacità dell’autore di dominare
la pagina vuota.
Al giornalista Marco Belpoliti spetta invece
l’analisi del blu, da lui stesso definito “il colore
più amato in Europa”. Rassicurante da un lato ma
freddo dall’altro, il blu si diffonde in Occidente intorno
all’anno Mille in quanto simbolo religioso di luce divina.
Completamente diverso il taglio dato da Narciso Silvestri
alla sua lezione sul porpora. Come ci si può aspettare
da un docente del Politecnico, Silvestri spiega
l’assenza di questo “non-colore” dallo spettro cromatico
attraverso un teorema matematico: rette, congiunzione
di punti, iperboli, parabole, infinito. L’ausilio delle
diapositive aiuta a comprendere meglio i concetti espressi
a parole e la sua frase d’esordio alleggerisce di molto
la lezione: “Mi rendo conto che la mia relazione
risulterà pesante perché tecnica – dice Silvestri
sorridendo – ma ho calcolato, rileggendola, che dura
soltanto dieci minuti”.
Sala Blu, domenica 18 maggio 2003, ore 16.00
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“LUCA E’ VIVO”: L’ULTIMA
NOTA DI LUCA FLORES
L’ultima nota di Luca Flores, pianista
di grande talento morto suicida nel 1995, non cadrà
nel silenzio.
Ne è convinto Walter Veltroni, sindaco di Roma
e leader diessino, che ha fortemente voluto scriverne
la storia e la pubblica per i tipi di Rizzoli
con il titolo Il disco del Mondo. Alla presentazione
erano presenti la cantante Fiorella Mannoia e
lo scittore e corsivista di Repubblica Michele
Serra che si sono detti “entusiasti di avere
un sindaco che trova il tempo per occuparsi di scrittura”:
“Molti riscopriranno Luca e andranno a comprare i
suoi dischi e staranno bene. Perché il dolore fa bene,
il dolore degli altri” ha spiegato Veltroni.
Dolore e genio sono le parole chiave
per capire questa biografia. Luca nasce nel 1956.
E’ il figlio di uno stimato geologo e raffinato intellettuale.
Cresce in Mozambico ed è qui che tutto si compie. Qui
scopre la musica e vi si dedica con maniacale tenacia
e grande sensibilità. Qui vede morire la madre
inseguito ad un incidente d’auto. Luca si sente
responsabile la mamma lo stava portando dal dentista.
E senso di colpa lo accompagnerà in tutta la sua esistenza
fino al tragico epilogo. “L’ho scoperto casualmente
– prosegue Veltroni – Fu un amico a regalarmi
il suo ultimo disco. Lo ascoltai una notte e ne rimasi
folgorato. Andava oltre alla musica. Riusciva ad esprimere
la vita e ci trovai un senso di malinconia e sofferenza
che mi colpì. Solo dopo scoprì che quel brano lo aveva
composto dieci giorni prima di suicidarsi”. Luca
si tolse la vita il 29 marzo del 1995 lasciando
un profondo vuoto nella famiglia e in tutti coloro che
avevano suonato con lui e ne conoscevano le doti.
“E’ questo senso di vuoto che mi ha convinto
a ritagliarmi tutti gli spazi possibili per conoscere
la vita di Luca - ribadisce il sindaco di
Roma - Aveva un gigantesco talento,
ma anche un gigantesco rigore. Aveva un carattere riservato,
dolce ma anche condizionato da un gigantesco dolore”.
Tutto è gigantesco in Luca Flores, anche la considerazione
di cui gode all’estero. All Music Guide scrive:
“E’ un genio del piano….Come solista potrebbe collocarsi
tra Thelonious Monk e Bill Evans”.
Veltroni vuole che sia così anche in Italia e chiude
dicendo: “Luca è vivo”. Il libro è corredato
da un filmato in dvd di Roberto Malfatto
e Walter Veltroni che contiene le testimonianze
dirette di familiari e amici.
Sala Blu, domenica 18 maggio 2003, ore 15.30
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SINDACO
SCERIFFO, SINDACO AMICO. LE DOMANDE DEI TORINESI A CHIAMPARINO
Tutti i sabati mattina, il sindaco di Torino Sergio
Chiamparino incontra nel suo ufficio i cittadini che
lo richiedono. I casi più rappresentativi, più
curiosi, più toccanti sono diventati un libro –
La città che parla – pubblicato
da Mondadori con la prefazione di Massimo Gramellini.
Il problema numero uno per la città che sta attraversando
la crisi dell’industria metalmeccanica, strano a
dirlo, non è il lavoro ma la sicurezza. “E’
giusto – si chiede Gramellini –
che lo Stato ceda interi pezzi del suo territorio all’extraterritorialità?”.
E’ giusto che non si possa far nulla per far rientrare
nella piena legalità zone storiche di Torino come
via Nizza, interi isolati di San Salvario, l’area
intorno a Piazza della Repubblica, afflitte da microcriminalità,
spaccio di droga, commerci illeciti, immigrazione clandestina?
Chiamparino non usa mezzi termini: “Non
mi sottraggo alla responsabilità del Comune. Non
serve scaricare le colpe su inefficienze del Comune o
delle forze dell’ordine: serve un’azione congiunta
dove non c’è destra o sinistra. Il Governo
ha la responsabilità di garantire gli organici
delle forze di polizia, e il Comune deve soprattutto non
far sentire soli i cittadini. Non ha senso l’effetto
deterrente della divisa che viene subito meno quando la
divisa ha girato l’angolo”. Qualcuno suggerisce
di spostare gli immigrati in periferia come ha fatto il
sindaco di New York Rudolph Giuliani da Manhattan
al Bronx: “Una lettera a un quotidiano apparsa
proprio stamani ripesca articoli del 1905 e del 1970:
San Salvario era già così allora, nella
vita delle città ci sono sempre state aree grige
sul crinale fra lecito e illecito”. Il problema
va affrontato a monte: controllando i flussi nei Paesi
d’origine, battendo la corruzione dei funzionari
e le mafie locali. Un compito che nemmeno la Bossi-Fini
è finora riuscito ad assolvere: la recrudescenza
dell’immigrazione clandestina – a Torino in
aumento per ammissione dello stesso Sindaco – suscita
disagio anche e proprio in quei torinesi di seconda generazione,
figli d’immigrati ancora più legati alla
dignità della città nella quale si sono
realizzati. Gramellini: “Non è
vero che si commettono meno scippi: è la gente
delusa che denuncia di meno perché sa che il colpevole
non verrà mai preso. E’ avvilente vedere
il criminale che ti ride in faccia perché impunito.
Non è più uno Stato”. E Chiamparino
rimanda con una battuta: “Sì, può
valere anche molto in alto… Ma sarebbe un altro
dibattito”.
La sicurezza è un problema che può essere
governato – magari con un punto di Ici in più
ma destinato apposta a questo - anche quando assume le
tinte del dramma, come nel caso del tifoso juventino originario
di Alcamo ucciso da un extracomunitario alla stazione
di Porta Nuova. Chiamparino: “Ho ancora
la pelle d’oca per l’atteggiamento straordinario
che la famiglia del ragazzo ha avuto nel gestire con i
media un dolore umano giustificatissimo, ma che per la
città sarebbe potuto diventare in una caccia alle
streghe”.
E poi il libro. Dal sindaco-sceriffo al sindaco-amico,
cui chiedere anche solo di essere ascoltati. Dal cittadino
che chiede aiuto per commercializzare il brevetto di bicicletta
spinta dal molleggio del sellino al padre con il figlio
tossico. Dalla famiglia che vuole tornare ad abitare a
Torino al disoccupato di mezza età che vive intaccando
i risparmi di una vita. E il lavoro. Dal sindaco si va
ancora a chiedere il posto, una spintarella, una raccomandazione?
“No, sono tutti molto dignitosi. Certo, a fine
colloquio c’è sempre un non-detto, un ‘capisco
che lei non può fare nulla, ma non si sa mai’”.
Discrezione, dignità, riservatezza. Chiosa Gramellini:
“Anche questo molto torinese”
.
Sala Gialla, domenica 18 maggio 2003, ore 15.00 |
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IL
CONFLITTO TRA ISRAELIANI E PALESTINESI, UN NODO IRRISOLTO
DELLA STORIA
C’è una ferita che la storia del Novecento
ci ha consegnato ancora aperta e che questi primi anni
del XXI secolo hanno reso ancora più lacerante:
il conflitto tra palestinesi e israeliani. La Fiera del
Libro, naturalmente, non ha la presunzione di sanarla,
ma di dare il contributo alla volontà di capire
che cosa succede in Medioriente e quali sono le sue spiegazioni
storiche e culturali. Ci hanno provato due storici di
razza - l’israeliano Benny Morris e il palestinese
Rashid Khalidi - nel faccia a faccia condotto dall’editorialista
de La Stampa Fouad Khaled Allam davanti al pubblico
numeroso e attento della Sala Rossa.
“Quello che succede in Palestina ha segnato e
segna la storia non solo di quelle terre, ma anche dell’Europa”,
ha esordito Fouad Allam, puntando il dito anche
sui troppi errori di sottovalutazione che, ieri come oggi,
hanno fatto gli europei in merito al conflitto. Un conflitto
che è riduttivo spiegare come una guerra per la
proclamazione di uno Stato.
“Questa guerra va letta in due modi –
ha sottolineato Benny Morris, ordinario all’Università
Ben Gurion di Beer Shebe e autore del recenti Vittime
– da una parte c’è la lotta per
la terra, dall’altra una lotta tra due idee di civiltà”.
Dito puntato, quindi, sull’involuzione di questi
ultimi anni: ”C’è una componente
fondamentalista che vuole la scomparsa di Israele, perché
odia i nostri valori e vede nello stato ebraico l’emblema
e il baluardo di quella società occidentale che
vogliono distruggere”.
Una preoccupazione condivisa da Rahshid Khalid,
autore del libro Identità palestinese. E proprio
sulle caratteristiche di questa identità lo storico
ha voluto precisare un punto essenziale: “Questa
identità non ha solo la sua unica ragion d’essere
se vissuta in rapporto all’identità israeliana.
E’ una identità che nei secoli si è
formata per rivendicare prima un’autonomia nei confronti
dell’Impero Ottomano e poi dell’Impero britannico”.
La storia del popolo palestinese, quindi, si profila secondo
Khalid come parte integrante di quel nazionalismo
arabo che ha visto nello Stato e nell’edificazione
dello Stato un aspetto fondamentale di modernità
politica. Accanto a questo impegno che ha, appunto, salde
radici storiche e culturali c’è la rinascita
del fondamentalismo islamico di Hamas e della Jihad che
Khalid non ha esitato a definire una “iattura”
per la causa palestinese. E per il futuro del mondo.
Sala Rossa, domenica 18 maggio 2003, ore 15.00 |
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Rosa chi scrive? Le
emozioni in rubrica
"La presentazione più inutile della Fiera
– esordisce ironicamente Ernesto Ferrero
lasciando la parola agli scrittori e giornalisti Isabella
Bossi Fedrigotti e Massimo Gramellini due
fonti inesauribili di materiale umano” –
conclude - accomunati da una stessa passione che è
anche lavoro: la posta del cuore, una rubrica di posta
dei lettori che si affidano al dialogo su carta per una
consulenza da amici.
“Ho felicemente ereditato la rubrica sul Corriere
da colleghi che la disprezzavano -afferma con orgoglio
la giornalista del Corriere della Sera – e ne
fui ben contenta”. Inizialmente il marchio con
cui veniva bollata era ‘Posta del cuore, roba da
donne’. Ma oggi alla Fiera Bossi Fedrigotti
risponde a una ricca platea portando la sua esperienza
di lettrice e di “dottore del cuore”.
A fianco, il pungente commentatore della Stampa Massimo
Gramellini, ‘più soubrette che regista’
- come lui si definisce: “La posta del cuore
ha cambiato colore: non più solo rosa forse, se
con rosa vogliamo designare il sesso di chi scrive e chi
legge”.
Il pubblico è divertito dalle spassose storie da
lui riportate, storie in cui è bello trovarsi e
ritrovarsi. Viaggi di emozioni dove chi scrive coincide
con chi risponde. Il ruolo maieutico della lettera è
dominante e vive nonostante il forte contrasto con la
civiltà di oggi che manca di silenzio per la riflessione.
Le lettere della posta del cuore di questi anni, non più
solamente sfoghi femminili di cuori afflitti, sono a detta
dei due relatori un’avventura: storie di vita che
entrano nell’animo di chi le legge e dalle quali,
una volta conosciute, è difficile prescindere.
Timidezze, disagi, dolori, amori finiti, sofferenza, costituiscono
il profondo materiale scritto con cui i nostri ospiti
fanno i conti ogni giorno in un connubio alternante di
vita e rubrica.
Sala Azzurra, domenica 18 maggio 2003, ore 14.00 |
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LA
CAVALCATA DEL SECOLO CON DORIS LESSING
“Hitler e Mussolini dovevano vivere mille anni
e invece sono caduti, l’Unione Sovietica e il comunismo
dovevano essere eterni e sono caduti anch’essi,
l’Impero britannico non ha fatto una fine diverso.”
Ore 11, Sala Azzurra, Fiera Internazionale del Libro:
tutti a lezione di Novecento, in cattedra sale Doris
Lessing. Naturalmente non è la solita lezione
di storia: con Doris Lessing si scava dentro i fatti per
arrivare ai sentimenti, alle pulsioni, delle contraddizioni
di quello che, non a caso, è stato definito il
“secolo breve”.
“Le grandi ideologie sembravano granitiche e
poi si sono sciolte come neve al sole” ha precisato
Lessing che non ha esitato a puntare il dito sull’inflessibilità
che caratterizza ancora il pensiero occidentale. “Si
ragione ancora troppo per rigide classificazioni - uomini
e donne, bianchi e neri – pensando più alle
cose che uniscono che a quelle che dividono”
ha criticato la scrittrice nata in Iran e naturalizzata
britannica.
Da qui la sua ritrosia a definirsi una scrittrice “femminista”
anche se, salutando il pubblico, – si è detta
felice per la forte presenza di donne in sala. Se la memoria
si volta verso i drammi del XX secolo, “alle base
dei quali c’è la radice culturale del cristianesimo,
una religione fortemente intollerante”, lo sguardo
è rivolto verso il futuro: “Questo grande
fermento a favore della pace fa pensare a qualcosa di
buono, cento anno fa i cittadini del mondo non avrebbero
marciato per fermare una guerra”.
La speranza, però, si combina con lo scetticismo.
Un sentimento esplorato da Doris Lessing in Memoria
di una sopravvissuta, l’ultima sua fatica letteraria
presentata qui alla Fiera. Lo sguardo si fa scuro e severo
e l’occhio si posa sulla realtà puntando
verso il futuro in un mondo “dove la barbarie
è la norma e ognuno deve lottare per sopravvivere:
uomini, donne, persino bambini in un vortice di ferocia”.
Un pessimismo della ragione che nasce proprio dalla memoria
di una sopravvissuta: “La guerra, in particolare
la prima guerra mondiale, è entrata prepotentemente
nella mia famiglia, mio padre ha perso la gamba, mia madre
il suo primo grande amore, ha conosciuto mio padre e lo
ha curato per quattro lunghi anni”. Una ferita,
dunque, che non si chiude: “Anche quando la guerra
finisce, continua per sempre nell’animo di chi l’ha
conosciuta”.
Sala Azzurra, domenica 18 maggio 2003, ore 12.00 |
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LE
PRESENZE DI SABATO 17 MAGGIO 2003
Oltre 4.000 visitatori paganti in più nel
terzo giorno d’apertura della Fiera Internazionale
del Libro 2003 rispetto allo stesso giorno del 2002.
Dalle 10.00 alle 23.00 di sabato 17 maggio 2003
i visitatori della Fiera sono stati 55.227, contro
i 51.124 del terzo giorno della Fiera 2002, sempre
di sabato. Una crescita di 4.103 unità,
pari a circa l’8% d’incremento.
Sommati a quelli dei due giorni precedenti, i visitatori
totali dei primi tre giorni della Fiera 2003 ammontano
dunque a 116.184 contro i 112.363 dei primi tre
giorni della scorsa edizione, per un incremento di 3.821
presenze.
La Fiera 2003 sta facendo registrare un forte incremento
fra i visitatori professionali: sabato 17 maggio 2003
sono stati 7.441, contro i 4.399 di sabato
18 maggio 2002. I visitatori professionali nei primi
tre giorni di Fiera 2003 sono stati complessivamente
17.858
Dalla Fiera, domenica 18 maggio 2003
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| Le
notizie di Sabato 17 maggio 2003 |
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PAROLE
E MUSICA. NADA PRESENTA “LE MIE MADRI”
Diceva Edoardo De Filippo che gli esami non finiscono
mai. Lo sa anche Nada Malanima, cantante passata
dalla canzone leggera al recital d’autore, che ha
scelto la Fiera per presentare il suo primo
libro, “Le mie madri” pubblicato
da Fazi Editore. Un debutto, quindi, sponsorizzato
da Sagat – Turin Airport: “C’è
chi dice che i debutti non devono finire mai. Per me non
c’è pericolo”. Il testo unisce
prose e poesie che uniscono il racconto al diario, Ad
accompagnarla ci sono Ferruccio Spinetti e Fausto
Mesolella, bassista e chitarrista degli Avion Travel.
Ne nasce una lettura concerto dove Nada abbraccia i “grandi”
temi esistenziali: la vita, la morte, il
dolore, la gioia, la perdita, l’incomunicabilità
e il piacere, il rapporto conflittuale con
la madre vera e la “mamma” da sogno che è
chiusa nella sua anima. Nada lo fa con grande partecipazione
e coraggio, quasi un tenero “sbirulino”, rabbioso
e sofferente che si danna l’anima per raccontare
e farsi ascoltare.
Sala Azzurra, Sabato 17 maggio 2003, ore 21.00
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JOHN
BANVILLE, L’IRLANDESE:“SCRIVO PER SEDURRE
I MIEI LETTORI”
Un incontro durato circa due ore, seguito da un centinaio
di persone assolutamente rapite dall’ironia e dalla
magia delle parole dell’irlandese, segugio di storie
d’amore e tenebra. John Banville, uno dei
più grandi scrittori europei viventi, ha scelto
la Fiera Internazionale del Libro di Torino per incontrare
i suoi affezionati lettori.
Ironico anche quando qualcuno gli chiede come ha fatto
a scrivere così tanti racconti, Banville
sorride dicendo che un racconto si scusa con tutti quelli
precedenti. Banville ripercorre il suo viaggio
artistico: “Ho cominciato a scrivere quando avevo
undici o dodici anni – racconta – facendo
pessime imitazioni di Joyce. Alla fine di ogni storia
c’erano sempre boccioli bianchi che cadevano sulla
tomba: la neve ce l’aveva messa già Joyce,
non potevo mettercela io”.
I romanzi, caratterizzati da un scrittura lirica e intensa,
semplice solo in apparenza, non trattano della realtà
sociale del suo paese. La loro “irlandesità”,
a detta dell’autore, sta altrove: L’irlandese
è una lingua terribilmente obliqua, non dice mai
le cose direttamente – al contrario dell’inglese,
una lingua pragmatica e tecnica, nata per dare ordini.
I personaggi delle sue storie, che siano scrittori alle
prese con una biografia troppo difficile da portare a
termine e due diverse storie d’amore (La lettera
di Newton), gentiluomini inglesi con una doppia vita
da spia sovietica (L’intoccabile), attori
che si ritirano dalle scene per un’improvvisa crisi
di identità (Eclipse) sono infatti complessi,
alla costante ricerca di sé.
Che cosa spinge uno scrittore a scrivere un libro? “Un’artista
è una persona molto semplice. Quando io incomincio
a scrivere un libro lo faccio per sedurre il lettore,
quasi un rapporto sessuale. Un buon verso, la prosa mi
riportano in un mondo con forme nuove”.
E come vede il futuro, Banville? Nero. Paragona
il 2003 ad anni-vigilia come il 1939 e il
1914, descrivendo un’umanità “rannicchiata
nella paura di un futuro incerto”.
Caffè Letterario, Sabato 17 maggio 2003, ore 17.30
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ORGOGLIO
NOIR
“Siamo in una sala gialla a parlare di nero!”.
Così Giovanna Zucconi ha introdotto ironicamente
l’incontro “Profondo nero: laboratori della
paura”, di fronte a un pubblico accorso numeroso
per incontrare alcuni fra gli autori di maggior successo
della letteratura poliziesca: Marcello Fois, sceneggiatore
della serie tv Distretto di polizia oltre che scrittore,
Diego De Silva autore di Voglio guardare,
Giancarlo De Cataldo, magistrato e autore di romanzi
basati sulla cronaca giudiziaria italiana degli ultimi
trent’anni, l’americana Alex Kava,
di cui è appena uscito in Italia La perfezione
del male, e l’attore-scrittore-cantautore Giorgio
Faletti, da mesi in vetta alle classifiche con il
suo primo romanzo, Io uccido. Tutti sono stati
concordi nel considerare le categorie di genere, come
appunto “giallo”, “nero” o “poliziesco”,
delle etichette convenzionali. Per De Cataldo,
che definisce la sua ultima opera (basata sulle vicende
della banda della Magliana) un “romanzo di
formazione alla vita criminale”, “è
divertente scompaginare le categorie dei critici, giocando
ad attraversare i confini tra i generi”, mentre
Faletti ha usato la metafora dell’Ape Maia (gialla
e nera) per ribadire lo stesso concetto.
Tutti d’accordo anche sul rapporto con la vita reale
e con le altre opere letterarie, da cui da sempre gli
scrittori prendono spunto: “la vera invenzione”,
ha riassunto De Silva, “sta nel come vengono
concatenati questi elementi, ovvero nelle tecniche narrative
utilizzate”. “Del resto”,
ha aggiunto Fois, “l’umanità
racconta le stesse cinque o sei storie da qualche millennio:
tutto si gioca sulle variazioni”. Meno accordo
invece sulla necessità che i fatti raccontati siano
plausibili: se Faletti ha ricordato che spesso
“la realtà supera la fiction”,
De Silva e De Cataldo hanno affermato di
sacrificare spesso la plausibilità alle esigenze
narrative, mentre Fois nel suo ultimo libro (Piccole
storie nere, 2002) è ricorso addirittura alla
sfera del soprannaturale. Anche sul problema dell’entrare
in dettagli più o meno cruenti nella descrizione
della violenza e del delitto sono emerse posizioni diverse.
Alex Kava ha affermato di adottare un approccio
“alla Hitchcock”, lasciando più
spazio possibile all’immaginazione del lettore “che
sicuramente è in grado di immaginare cose ben peggiori
di quelle che potrei scrivere io”. De Silva
e Fois invece hanno ammesso di indulgere volentieri
nei particolari, “ma solo quando la storia lo richiede,
perché l’arte di raccontare si nutre essenzialmente
dei silenzi e dei non-detti” che creano tensione
nel lettore, catturando la sua attenzione. Alex Kava
cerca di scrivere ogni volta un libro “che faccia
stare svegli tutta la notte”.
Sui rapporti tra letteratura poliziesca da un lato e cinema
e televisione dall’altro, tutti hanno affermato
di apprezzare la libertà dai vincoli di budget
di cui gode la scrittura: “l’unico limite
di uno scrittore” ha aggiunto Faletti
“è la sua fantasia”.
In conclusione, Fois ha lanciato un frecciata a
quei critici che continuano a considerare il poliziesco
un genere “di serie B”, nonostante
già da alcuni anni anche in Italia si stia verificando
un vero e proprio boom editoriale del noir, con importanti
riflessi anche sulla fiction televisiva. Secondo lo scrittore,
“la letteratura italiana in questi anni sta benissimo,
la critica forse un po’ meno: sembra quasi che ci
si debba vergognare del successo, come se il fatto di
piacere a un vasto pubblico sia un male”..
Sala Gialla, Sabato 17 maggio 2003, ore 14.00
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BRUNO
MUNARI, L’UOMO CHE DISEGNO’ L’ARCOBALENO
DI PROFILO!
Ricordare Bruno Munari. Il grafico, l’illustratore,
il designer e il suo rapporto con il colore. Un
rapporto vissuto intensamente ma, inevitabilmente, alla
sua personalissima maniera. “Una volta gli chiesero
– spiega l’architetto e giornalista Beppe
Finessi – quale fosse stato lo scopo di 70
anni di lavoro. Lui, serio serio, rispose “Ho
cercato di insegnare agli altri a vedere l’arcobaleno
di profilo”. E un giorno lo disegnò
davvero quell’arcobaleno”.
Guardare alla realtà da prospettive sempre nuove
era il suo imperativo, quello che lo rendeva capace di
stupire e aprire nuovi mondi. Lo ha ribadito anche Ernesto
Ferrero, direttore editoriale della Fiera, con un
ricordo personale: “Lo andai a trovare una volta
e mi mostrò una cordicella con tanti piccoli oggettini
appesi. Poteva sembrare una collanina un po’ spartana.
Lui mi disse “La vedi? E’ un racconto
per un bambino che non può vedere”.
Il suo colore era il grigio medio 50%. Era neutrale,
lo indossava sempre e lo usa nelle sue creazioni. Ma non
era la sua unica invenzione. Un giorno si mise a produrre
colori. Inventò il giallo di Napoli, il
bianco calce, il quasi nero, il marrone
iridato, il blu notte alle tre e tanti altri.
Ideò il libri illeggibili dove la parola cede il
passo ai colori. Dapprima rivolti ai pochi, poi diffusissimi
negli anni ’90.
Il colore è sempre presente nel lavoro di Munari.
Anche quando parla ai bambini. Nasce così la serie
dei “Cappuccetti” verde, giallo,
blu, bianco. Illeggibili per i grandi ma chiarissimi
per i più piccoli. All’estero la sua fortuna
è stata grande. Nelle librerie di Tokyo
i suoi libri si trovano più facilmente che in quelle
italiane. Una fama consolidata al punto che alcuni ricercatori,
parlando della scoperta del Dna, hanno detto:
“Abbiamo scoperto un libro illeggibile. Forse
saremo capaci di interpretarlo tra 500 anni”.
Lo avrebbe apprezzato Bruno Munari che diceva sempre:
“La rivoluzione va fatta senza che nessuno se
ne accorga”.
Sala Blu, Sabato 17 maggio 2003, ore 12.30 |
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TRADUZIONE,
CHE PASSIONE!
Freud: presente! De Filippo: presente! Calvino: presente!
Sono molti gli scrittori che hanno risposto all’appello
e si sono per un attimo materializzati nelle facce dei
loro traduttori italiani e stranieri, presenti all’incontro
Le confessioni del traduttore letterario, che si
è tenuto in una Sala Blu gremita all’inverosimile.
“Diventare traduttrice nel mio caso ha significato
scoprire una vera e propria vocazione – ha ricordato
Renata Colorni, la penna italiana di Sigmund Freud
– anche se prima facevo già le revisioni
alle traduzioni degli altri”. La Colorni ha,
quindi, messo in risalto su quello che secondo lei è
l’aspetto più importante di questa professione:
“La traduzione è una questione di fedeltà
all’autore, ma anche al traduttore perché
anche quest’ultimo sviluppa uno stile che deve essere
rispettato”.
“Ma ci pensate? Essere pagati per leggere libri:
una favola!” – è la battuta di
Joachim Meinert che ha fatto conoscere ai lettori
tedeschi il genio di Eduardo oltre che il pensiero di
Gramsci. Il traduttore tedesco è poi ritornato
con la memoria ai suoi esordi in una casa editrice della
Germania est: “Vivevamo, come sapete, sotto un
regime chiuso e dittatoriale e certamente con il mio lavoro
ha contribuito all’apertura culturale del mio paese”.
I ricordi hanno ceduto subito al posto alla realtà
di oggi: “L’Università non basta
per diventare un buon traduttore, ai giovani serve lavorare
all’interno della casa editrici, fianco a fianco
con revisori del testo e redattori”. Un lavoro
faticoso, ma che ripaga soprattutto sul piano creativo:
“Alla fine ti accorgi di aver scritto un libro
ed è una sensazione stupenda!”.
Di fatica, di lampade accese sulla scrivania fino a tarda
notte, di artrosi cervicale ha parlato la traduttrice
dal francese Yasmina Melaouah: “Ogni volta
che finisco di tradurre un libro ne esco distrutta, ma
se sto più di una settimana senza traduzioni vado
in crisi di astinenza”. Un lavoro che fa tutt’uno
con la vita: “Anche sul tram o in metropolitana
capto frasi gergali che archivio nel cervello per quando
devo usare nuovi termini”. Amore e passione
sono le parole scelte da Anna Nadotti, che ha iniziato
come traduttrice per Einaudi e Bollati Boringhieri: “Sono
diventata traduttrice per colpa della mia passione sfrenata
per la lettura. Tradurre mi dà la possibilità
di entrare a stretto contatto con l’autore fino
ai limiti della perversione e, come si sa, le perversioni
sono le maggiori fonti di piacere”. Le fa eco
Glauco Felici: “Ho cominciato a tradurre
saggi di politica e sociologia dallo spagnolo, ma poi
ho capito questo sarebbe stato il mio lavoro, quando mi
è stato proposto di tradurre il romanzo di un autore
argentino.” Il suo nome? Osvaldo Soriano.
Sala Blu, sabato 17 maggio 2003, ore 14.00 |
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BUTTIGLIONE:
“AL SEMESTRE ITALIANO CON TONI PIU’ PACATI”
Dopo il ministro per i Beni Culturali Giuliano Urbani,
è giunto alla Fiera nel pomeriggio di oggi anche
il ministro per le Politiche Comunitarie Rocco Buttiglione,
invitato ad intervenire al convegno Dalla Convenzione
europea al semestra di Presidenza italiana al Palalibro
Piemonte. Buttiglione è stato accolto dal presidente
della Regione Piemonte Enzo Ghigo e dall’assessore
alla Cultura e Istruzione del Piemonte Giampiero Leo.
Ghigo ha firmato la petizione a sostegno della
sede Rai di Torino annunciando di voler presenziare al
dibattito con la presidente Rai Lucia Annunziata,
in programma lunedì alle 11.30 in Sala Blu («La
marcheremo stretta», ha commentato).
L’attenzione si è subito accentrata sui temi
caldi della politica nazionale di questi giorni. Buttiglione
difende a spada tratta Berlusconi: «Alla
vigilia del semestre di presidenza italiana dell’Unione
Europea, le polemiche non fanno bene al Paese, né
fa bene al Paese chi le alimenta e ha condotto contro
il Capo del governo un’offensiva che non considera
né la verità, né il rispetto verso
le istituzioni e le persone. Sono d’accordo con
il Capo dello Stato nell’invito ad abbassare i toni,
ma qui c’è chiaramente un aggressore e un
aggredito, chi attacca e chi si difende. In nessun altro
Paese europeo sarebbe stata tollerata una situazione simile».
Giusto l’invito di Ciampi ad abbassare i
toni: «Un amico vero ti dice anche le cose che non
vorresti sentirti dire». Ma Berlusconi ha
un diritto sacrosanto a difendersi, anche con energia.
«Tutti quanti abbiamo il dovere di portare l’Italia
nelle condizioni migliori al semestre di presidenza. Berlusconi
deve fare un grande sforzo per contenersi, ma anche i
suoi aggressori devono fare un grande sforzo per smetterla».
Sulla situazione di squilibrio fra i tre poteri dello
Stato denunciata da più parti in queste ultime
settimane, Buttiglione è fra quanti individuano
un disegno politico di una parte della magistratura per
influenzare la pubblica opinione. «È sbagliato,
i politici devono essere trattati come tutti i cittadini,
che hanno il diritto di non essere ricattati dall’ordine
giudiziario. Creare una barriera fra politica e azione
giudiziaria per evitare che i risultati del voto vengano
cambiati da quella piccola parte della magistratura che
ha la tentazione di fare politica. Difendiamo il prestigio
della magistratura: non distruggiamolo agli occhi della
gente, come abbiamo fatto con la politica, per le colpe
di pochi. Difendiamolo il prestigio della magistratura
anche da quei pochi magistrati che agiscono in modo da
infangarlo».
Arena Spazio Giovani giovedì
e venerdì 16 maggio ore 15.00 |
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LIBRI
IN GIOCO: LE DUE CLASSI TRIONFATRICI
La Fiera Internazionale del Libro ha incoronato le due
classi vincitrici del torneo Libri in Gioco, organizzato
dalla Fiera Internazionale del Libro di Torino e promosso
dal Ministero dell'Istruzione. Una sfida che ha visto
affrontarsi centinaia di classi sulla rete in un grande
scontro on line a suon d’indovinelli, giochi e parole
crociate dalle risposte nascoste nelle pagine dei libri
letti.
Per la categoria scuole medie ad esultare è la
III A della Scuola media Pavoni di Roma, che nel pomeriggio
di giovedì ha disputato all’Arena dello Spazio
Giovani la finalissima del torneo battendo la II A della
Fermi di Lurago d'Erba (Como), la II della Meda di Inverigo
(Como), la II C dell'Istituto Comprensivo di Usmate Velate
(Milano) e la II M della media di via Donizetti di Collegno
(Torino). Per solo un punto di distacco, la scolaresca
ha risposto a quiz e indovinelli su 25 romanzi che gli
alunni hanno avuto il tempo di leggere con attenzione
e preparandosi in anticipo.
Grande soddisfazione per i ragazzi e per gli insegnanti
che li hanno seguiti durante tutto il percorso di lettura:
''Un'esperienza interessante - afferma Caterina Perri,
professoressa della III A - che ha appassionato molto
i miei ragazzi, alcuni hanno già deciso di comprare
alcuni dei libri letti. Si è generato in loro il
desiderio di possesso del libro e questo credo sia molto
bello. Sono convinta che raggiungere la lettura attraverso
il gioco sia stata la carta vincente. Un'occasione che
ha creato molto spirito di gruppo ed è stato il
trampolino per avvicinarli spontaneamente a letture più
difficili".
Per le scuole elementari a salire sul podio è la
IV A della Scuola elementare Rodari di Imola sale sul
podio come prima classificata al torneo di lettura on
line “Libri in Gioco 2003”, categoria scuole
elementari, organizzato per il secondo anno dalla Fiera
Internazionale del Libro di Torino e promosso dal Ministero
dell'Istruzione.
La finale fra le cinque classi elementari, provenienti
da tutt’Italia, si è disputata nel pomeriggio
di venerdì presso lo Spazio Ragazzi. Imola ha battuto
la 5° C della Gozzano di Torino, la 4° G Tesauro
di Ficarazzi (Pa), la 4° A della Olivetti di Ivrea
(To).
Hanno vinto lo spirito di gruppo, la curiosità
e soprattutto la voglia di leggere con attenzione. Premi
per tutti, sono stati consegnati, colorati libri e un
dizionario della lingua italiana.
Abbracci, sorrisi e qualche lacrima per i ragazzi e gli
insegnanti della scuola elementare, IV A di Imola.
'E’ stato un gioco intelligente e coinvolgente –
dichiara Mirella Pagliardini - la maestra della classe
vincitrice – che ha insegnato a tutti ad implementare
la lettura. I bambini sono stati sempre molto attenti,
leggendo anche più di due volte lo stesso libro.
E poi, per la prima volta, si sono avvicinati ad Internet,
nella maniera più sana possibile.
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Arena Spazio Giovani giovedì
e venerdì 16 maggio ore 15.00 |
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KAREN
LEVINE E MORDECAI RICHLER: LA SHOAH E I SEGRETI DI BARNEY
PANOFSKY
La famiglia è il tema che lega Karen Levine
e Noah Richler, i due scrittori canadesi ospiti
oggi della Fiera Internazionale del libro di Torino.
Una famiglia lacerata e violentata dalla storia è
quella di Hana Brady, la protagonista del libro
La valigia di Hana, con il quale la Levine affronta il
tema della Shoah. “Si tratta di una storia
vera che ho letto in un giornale locale – ha
sottolineato la scrittrice e giornalista radiofonica della
Cbc in una Sala Gialla, piena di adolescenti –
ne ho tratto dapprima un documentario per la radio
e poi un romanzo”.
“Mi fa piacere che qui siano presenti molti ragazzi,
perché questo libro è scritto soprattutto
per loro” – ha commentato Elena Loewenthal
nel presentare l’opera. La scrittrice di origine
ebrea ha poi affermato con una punta di polemica: “A
chi mi chiede perché noi ebrei parliamo spesso
della Shoah rispondo perché questa tragedia appartiene
a tutti tranne che a noi ebrei, è un dramma che
risiede dentro l’animo di tutta Europa”.
E di questa tragedia La valigia di Hana sa essere una
testimonianza straziante, ma anche tenera e appassionata:
“La valigia che risiede nel museo dell’Olocausto
di Tokyo - ha messo in risalto Karen Levine –
appartiene sì Hana, ma a tutto il popolo ebreo”.
Così, quando Fumiko, direttrice del museo di Tokyo
e personaggio di raccordo tra il presente e il passato
nel libro, decide di mettersi sulle tracce della storia
di questa valigia, restituisce la memoria e la dignità
non solo a una bambina di 13 anni, ma anche alla sua famiglia
e al suo popolo.
Di famiglia e di attaccamento alla propria terra ha parlato
anche Noah, figlio di Mordecai Richler:
”Ringrazio il pubblico italiano per il successo
che avete riservato in questi anni a mio padre. Lui amava
molto l’Italia che è stata la meta della
prima fuga d’amore con mia madre”. I ringraziamenti
cedono subito spazio al ricordo della figura dell’autore
de La versione di Barney visto con gli occhi del
figlio: “Ma va là! Così rispondeva
mio padre quando gli chiedevo di parlare del suo mestiere”.
Un lavoro che esercitava al piano superiore della casa
in cui vivevano mamma Richler e i suoi cinque figli: “Lavorava
in solitudine e ci teneva alla lontana, ma questo non
ha evitato che mi trasmettesse la passione per il suo
lavoro e per la nostra terra, il Canada”.
Della Fiera, sabato 17 maggio 2003 |
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LE PRESENZE DEI PRIMI
DUE GIORNI DELLA FIERA 2003
Dalle 10.00 alle 23.00 di venerdì 16 maggio
2003 le presenze alla Fiera sono state 36.926
contro le 36.024 del secondo giorno della Fiera
2002, sempre di venerdì, con una crescita di
902 unità.
Il dato è ancora più significativo se si
raffrontano i dati dei visitatori professionali della
seconda giornata: ben 6.806 contro i 3.989
del secondo giorno dell’anno scorso.
I visitatori complessivi dei due primi giorni di Fiera
sono stati 60.957.
Dalla Fiera, sabato 18 maggio 2002,
ore 12.30 |
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LO SPAZIO RAGAZZI DELLA
FIERA VINCE IL PRESTIGIOSO PREMIO ANDERSEN
Lo Spazio Ragazzi della Fiera Internazionale
del Libro di Torino ha vinto l’edizione 2003 del
prestigioso Premio Andersen “per l’alto
livello qualitativo dell’azione condotta a favore
della lettura dei giovani”. Il premio, istituito
nel 1982 da Gualtiero Schiaffino, direttore della
rivista Andersen, è il più importante
riconoscimento italiano nell’ambito dell’editoria
per ragazzi, e viene attribuito da una giuria composta
dalla redazione della rivista e dallo staff della Libreria
dei Ragazzi di Milano. Da quest’anno il Premio
Andersen ha creato, accanto alle categorie tradizionali,
una nuova sezione dedicata a Mostre e Fiere del Libro.
Creato nel 1997 per avvicinare i giovanissimi al piacere
della lettura attraverso il gioco e il divertimento, lo
Spazio Ragazzi della Fiera Internazionale del Libro
in questi sei anni ha consolidato il suo ruolo attraverso
molteplici iniziative (letture, laboratori, incontri con
gli autori), tra cui il torneo di lettura on-line “Libri
in gioco”, riservato alle ultime classi delle
elementari e alle medie. L’allestimento dello Spazio
Ragazzi 2003, un variopinto prato fiorito, è stato
realizzato con i materiali più disparati (carta,
stoffa, gommapiuma, plastica…) da 148 classi
di ogni età nel corso del laboratorio Il colore
è la pelle del mondo coordinato dal Dipartimento
Educazione del Castello di Rivoli.
Il Premio attribuito allo Spazio Ragazzi assume quest’anno
particolare rilievo perché la Fiera ha affidato
la promozione dell’edizione 2003 proprio ai ragazzi,
chiedendo loro di disegnare la campagna pubblicitaria,
di parteciapre al lavoro dell’ufficio stampa e creando
una redazione junior che pubblica e distribuisce
in Fiera il “giornale dei ragazzi che leggono”.
La cerimonia di consegna del premio si svolgerà
il 30 maggio 2003 a Sestri Levante, nell’Auditorium
del Convento dell’Annunziata.
Dalla Fiera, Sabato 17 maggio 2003,
ore 12.00 |
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INTERNATIONAL
BOOK FORUM: “A FRANCOFORTE SI ARRIVA CON I GIOCHI
FATTI,QUI SI TRATTA SUL SERIO”
Segretezza più totale sui titoli in trattativa,
gossip zero. Ma facce decisamente soddisfatte per il numero
degli incontri e per la qualità degli interlocutori.
Al suo secondo anno di vita, l’International
Book Forum si conferma come una delle sezioni più
vitali della Fiera Internazionale del Libro. Lo spazio
business to business del Padiglione 1 per la contrattazione
dei diritti editoriali ha realizzato nei primi due giorni
di apertura della Fiera oltre 400 incontri.
Ad essi hanno partecipato più di 80 editori da
tutta Europa (Portogallo, Spagna, Gran Bretagna, Francia,
Germania e i sette Paesi dell’Est ospiti di
quest’anno: Albania, Bulgaria, Croazia, Romania,
Serbia, Repubblica Slovacca e Ungheria…) e sette
importanti editori del Paese ospite, il Canada: Second
Story Press, McClelland Stewart, Raincoast,
Editions du Boréal, University of Alberta
Press, House of Anansi e Guy St-Jean Éditeur.
A trattare con loro, 82 editori italiani piccoli,
medi e grandi.
Henrique Mota della casa portoghese Principia:
«Alla Fiera di Torino si fanno molte trattative,
poi si torna a casa propria, si riflette e si conclude.
Ma rispetto a Francoforte, Torino ha un grosso vantaggio.
Là i piccoli editori di fatto possono solo acquistare
dalle grosse case. Qui abbiamo anche la possibilità
di vendere loro i nostri diritti. E poi a Francoforte
si decide tutto prima e si arriva in Fiera con i giochi
già fatti solo per mettere la firma. A Torino invece
si costruiscono davvero i rapporti e si gettano le basi
per gli affari».
Ma anche i grandi promuovono l’Ibf di Torino. Emanuela
Canali di Mondadori: «Certo, per noi
Francoforte è una fiera importantissima. Ma Torino
si sta affermando come un’altra importante occasione
da sfruttare. Basti pensare che in un giorno e mezzo ho
incontrato 20 interlocutori». Le fa eco Sevérine
Semeria, responsabile per le Fiere all’estero
di France Editions: «Rispetto a quattro anni
fa ha visto a Torino una Fiera cresciuta sia in termini
di contenuti sia in termini di possibilità di scambi
professionali. Stiamo seriamente pensando ad una partecipazione
diretta con un nostro stand l’anno prossimo».
Anche un grandissimo dell’editoria internazionale
come Flammarion ha scelto di venire a Torino anche
senza un proprio stand ma richied preso una postazione
all’Ibf, molta soddisfazione.
Il programma di incontri dell’International Book
Forum è stato realizzato grazie al contributo economico
dell’Ice, l’Istituto per il Commercio
Estero, che ha messo a disposizione i propri uffici nel
mondo per i contatti e si è fatto carico dei voli
aerei degli editori stranieri.
Dalla Fiera, Sabato 17 maggio 2003,
ore 12.00 |
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| Le
notizie di Venerdì 16 maggio 2003 |
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VEDI?
LO DICE LA GARZANTINA!
Che mondo sarebbe senza la Garzantina? Scusate
lo “scippo”, ma questo questo claim legato
a un altro mitico prodotto del costume italiano è
quanto mai indicato per esprimere la fedeltà e
la simpatia che lega molti lettori alle piccola enciclopedia
della Garzanti.
Un amore celebrato alla Fiera Internazionale del Libro
di | | |